Archivio per Marzo 2008

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“Lasciate che i bambini vengano a me…

Marzo 31, 2008

…e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio.”

Oggi ho visto una scena che mi ha lasciata perplessa.

Almeno 50 bambini delle elementari, nel momento in cui il controllo dei genitori non c’è e quello degli insegnanti si allenta. E loro sono veramente loro stessi: la ricreazione.

Vestitini alla moda, smorfiette da signorine, ma anche e soprattutto vera cattiveria. Come quella dimostrata da un paio di ragazzini che si divertivano a tenere con il viso nella polvere un loro compagno. Mi ha stupito la debole protesta del malcapitato, limitata a qualche flebile lamento.

Una volta fenomeni del genere non venivano etichettati come “atti di bullismo”. Ci sono sempre stati, con altro nome ma sempre con lo stesso spirito.

Ma che cos’è che spinge un bambino di 6 o 7 anni a umiliare un suo coetaneo? A quell’età i bimbi sono ancora inesperti, istintivi. E allora vedere il sorriso malvagio e soddisfatto sui loro visetti candidi fa senso.
Lo confesso molto tranquillamente, è stato proprio quel sorriso a turbarmi.
Come se fossero dei piccoli esseri primitivi… ignari di cosa significhi compassione.

Ma allora, dico io, non sono affatto innocenti.

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Arbeit macht frei, Arbeit macht weise

Marzo 16, 2008

“Grazie.”

Non credo di essere in grado di dire altro alla signora Segre. Davanti a circa 300 giovani e ragazzi, con una lucidità straordinaria, ha saputo dare i colori della verità alle pagine più nere della storia del ‘900.
Le vittime, semplici numeri ordinatamente elencati nei libri di storia, hanno improvvisamente acquisito un volto, una voce, paure e speranze di persone reali, vere… umane.

L’esperienza di una bambina di 13 anni deportata in un campo di concentramento. Sola.
La sopravvivenza ad Auschwitz, il terrore, la cenere, le umiliazioni. Sola.
La marcia della morte, quel grido di speranza “Non morite! Non morite ora! La guerra sta per finire!” dei ragazzi francesi.

300 ragazzi commossi. 300 ragazzi per i quali una fetta di storia non è più soltanto un capitolo da studiare.
Almeno per un momento, qualcuno di loro ha percepito il tempo in modo diverso, sprofondando nei decenni con la consapevolezza che quei tempi son stati vissuti da persone come loro.
Esseri umani.

Grazie, signora… per la più bella ed importante lezione di storia che abbiamo visto finora.

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Relatività (ovvero quello che sto dicendo non è affidabile)

Marzo 2, 2008

La parola è inaffidabile. Al di là delle ovvie implicazioni legate al contenuto, è inaffidabile per la sua stessa natura.
Gli elementi della realtà che ognuno percepisce vengono interpretati e rielaborati, per essere poi riproposti in forma personale. Ne è una prova l’enorme quantità di versioni differenti riguardanti uno stesso fatto nelle dichiarazioni di testimoni oculari; la molteplicità dei tagli dati ad articoli di giornale che riferiscono su uno stesso evento; perfino i nostri racconti vengono distorti dalla memoria e dalle parole che usiamo.
E’ il risultato del tentativo umano di esporre situazioni estranee a sé utilizzando un mezzo strettamente correlato al suo intelletto ed alla sua capacità di rielaborazione: la parola. Per questa ragione, per avere un’idea globale di un determinato evento, bisogna sentire più opinioni: saranno eterogenee, perché sottoposte ad un processo personale.
In tal caso, tuttavia, bisogna rivalutare il ruolo dell’informazione come notizia, nella vita di tutti i giorni. Essendo frutto di un procedimento soggettivo, nessuna notizia può essere definita come del tutto aderente alla realtà oggettiva. La necessità di informazione pura, non manipolata, è il risultato di questa frattura tra la rielaborazione umana e il bisogno di verità.
Il dubbio si estende oltre: gli eventi storici, specialmente quando si parla delle epoche più remote, sono documentati solamente da scritti oppure artefatti. A questi oggetti bisogna dare un’interpretazione, la quale potrebbe essere imprecisa o addirittura falsa. Su alcuni temi gli storici intraprendono lunghe discussioni, cercando di trovare quella soluzione che sembra più plausibile. Rimane, tuttavia, un margine di incertezza non eliminabile, date le premesse.
Nemmeno la religione si sottrae a questo tipo di ragionamento: se i fedeli fanno riferimento ad un testo sacro, come possono essere del tutto certi della sua veridicità e validità? Ammesso che credano al fatto che gli autori siano stati ispirati dallo Spirito, possono essere certi che anche i traduttori lo siano stati?
Ed anche i censori?

Il significato stesso della parola “cultura” sfuma. Se quello che io, come individuo, posso apprendere è soltanto quello che altri hanno pensato, allora lo studio è accumulo di dati che possono servire come canoni di valutazione. Più informazioni e punti di vista ho presenti, più si allarga il mio orizzonte e la mia mente. Mi diventa più facile, allora, interpretare personalmente alcuni fenomeni, dare la mia opinione per quanto riguarda determinati fatti: diventa un mezzo per comprendere maggiormente la realtà.
Non dimenticando mai che la parola stessa attua una scissione tra pensiero e contenuto, tra fatto e riferimento al fatto.