5 lunghi anni.
5 anni per crescere, imparare, modellare la persona e la personalità.
Ed eccola lì, seduta davanti a 7 insegnanti, il numero 15. Nel registro è il numero 15, proprio prima del 16, che è il mio. E’ letteralmente terrorizzata, si vede.”
Nel frattempo io non posso fare a meno di fissare quel portachiavi, così semplice, così freddo:
“I try not to let school interfere with my personal life.”
Ma la scuola E’ la sua vita, in questo momento. Ed ora, in quest’aula luminosa al secondo piano del collegio, si vendica di quella pupilla che ha cercato di escluderla dai suoi pensieri.
E’ questione di metodo e di consapevolezza: le conoscenze acquisite a scuola sono strumenti, mezzi. Apprendere significa impadronirsi di un metodo che servirà in futuro. Diventa quindi assurda la domanda “Ma a me, di questo argomento, che cosa importa?”
Probabilmente nulla, ma non è questo il punto. Persino non ascoltare in classe, rimandare, trattare la materia come se fosse qualche cosa di estraneo alla propria esistenza ed ai propri interessi significa non aver compreso appieno il ruolo che quella ha nello sviluppo dello studente.
Gli insegnanti capaci di trasmettere ai loro alunni la passione per ciò che insegnano non sono molti, purtroppo.
L’approccio dello studente allo studio deve quindi essere quello di un essere umano assetato di sapere.
In questo modo non è più studio finalizzato alla verifica orale o scritta (tanto criticato dagli insegnanti), non è più nemmeno uno studio sterile, destinato a sbiadire nel tempo. Rimane impresso nella memoria, come tutte quelle informazioni apprese per piacere e non per forza.
(E’ davvero stupefacente la quantità di informazioni sulla storia del calcio che un ragazzo con la media del 4 può avere!)
Insegnanti e genitori possono agire fino ad un certo punto: il resto è compito del giovane.
Ed è tutto basato sull’atteggiamento mentale assunto rispetto alla materia studiata.
Per alcuni è naturale, per altri può essere una forzatura, ma funziona.
Se quella ragazza dai capelli ricci (umana, troppo umana) seduta davanti a 7 insegnanti avesse affrontato diversamente questi ultimi 5 anni, forse non l’avremmo vista in lacrime dopo la sua faticosa interrogazione.
Tanto quelle lacrime non erano legate al dispiacere del “non sapere” per sé. Erano causa del dispiacere di non aver saputo per i commissari che aveva davanti.
E data la scarsa considerazione per quelle persone, è ritornata al suo riso volgare dopo pochi minuti di feroce vergogna.
Forse i minuti più lucidamente saggi della sua vita.






