
Esame di Stato 2008 – simulazione orale nr.2
Aprile 19, 2008“I try not to let school interfere with my personal life.”
Ho avuto queste parole sotto gli occhi per tre lunghe ore, oggi. Ed era vagamente bizzarro leggerle e contemporaneamente sentire la proprietaria del portachiavi su cui erano scolpite incespicare tra le domande della seconda e ultima simulazione di orale di quest’anno.
Sin dai tempi di Quintiliano si era prospettato un approccio ludico all’insegnamento per i più piccoli: calibrare le conoscenze alla effettiva capacità di comprensione dei bambini ed utilizzare strumenti alla loro portata.
Ora questo metodo è stato adottato praticamente in tutte le scuole occidentali. Il “gioco” comincia con il primo giorno di scuola. La fine del gioco dipende da ogni studente.
Ognuno, infatti, vive l’esperienza scolastica in maniera differente. Può piacere o no, si può “giocare” mettendo tutto il proprio impegno oppure ci si può lasciar vivere dagli anni (obbligatori) passati a scuola.
Una risata breve e tesa mi distoglie lo sguardo dal portachiavi abbandonato sul pavimento. L’interrogata ha commesso un clamoroso errore durante l’interrogazione di filosofia, i commissari non sembrano gradire lo sfogo nervoso.
Ecco, anche questo. Ridere con disprezzo del pensiero di persone che hanno dedicato la loro intera esistenza alla formulazione delle loro teorie. Autori sofferenti, talmente vivi da diventare folli. E’ un sacrilegio ridere così, il sapere non può restare al di fuori di chi lo acquisisce. Deve essere compreso e fatto proprio, interiorizzato, metabolizzato.
Solo così può davvero esser considerato conoscenza, altrimenti è sterile, destinato ad essere obliato in tempi relativamente brevi.
I ruoli, infine, sono rigidi e devono restare tali. Studente ed insegnante devono “giocare” nei rispettivi ruoli, nel rispetto reciproco e nel rispetto delle regole. La figura professionale deve essere scissa dal lato affettivo: l’amicizia con un insegnante può solo portare ad un peggioramento delle prestazioni in ambito scolastico.
Questo non significa che non si possa essere umani nel rapportarsi agli altri: solo non bisogna mai dimenticare le funzioni che le persone intorno a noi svolgono.
Nel frattempo l’interrogazione è quasi finita, siamo agli sgoccioli. L’insegnante di inglese, quasi riversa sul banco, formula le ultime domande. E’ stanchissima pure lei, mentre parla appoggiando una tempia alla mano destra, il gomito sul tavolo.
E’ umana. Troppo umana.
Quando rientriamo, gli occhi dell’interrogata sono gonfi di pianto.
Mi chiedo solo se quel pianto ha effettivamente senso, e da cosa sia provocato il dispiacere che la ragazza prova.
Delusione? Vergogna?
Pochi minuti più tardi rideva sguaiatamente, come prima.
(Continua)



Aspetto con curiosità la seconda parte, sei una bella sorpresa, e vista la tua giovane età, una bella speranza. Mi ridai un po’ di fiducia sui giovani. Un noioso “anziano”.
Bellissima simulazione, complimenti.
@mizithemoocher
Grazie. Davvero. :)
@Graziano
Personalmente l’ho trovata stranamente triste.