Archivio per Dicembre 2008

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Dei test d’ammissione ovvero “perché” e soprattutto “come”

Dicembre 26, 2008

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Che abbia scelto è già evidente, data la mia assenza in questi ultimi mesi. Mea culpa, mea maxima culpa ( ma anche e soprattutto delle otto ore al giorno a frequenza obbligatoria).

Approdata davvero alla fine della corsa, naufraga ed indecisa tra le varie strade che mi si aprivano davanti,  piuttosto delusa dall’esito dei miei esami, ho passato un’estate intrisa di incertezze.  Un giorno mi sono trovata davanti i dépliant di presentazione di varie facoltà: la scelta è stata fatta dividendo in due gruppi i suddetti dépliant ed attuando una ulteriore selezione sulle tre possibili varianti. Una scena che ha fatto ridere qualcuno, stupire altri e addirittura scandalizzare i sostenitori di una “scelta ragionata”. Ho scattato la foto pensando che non ero l’unica in quella situazione, che prima o poi tutto mi sarebbe stato chiaro.
In effetti, cristallino. Mi sono iscritta ai test d’ingresso per Psicologia sia in Università Cattolica che in San Raffaele nell’ultimo giorno in cui le iscrizioni erano aperte. Dall’Ungheria.

(Il resto del post sarà interessante per chi vuol fare qualche test d’ingresso e vorebbe sapere come funziona. Oppure per chi è curioso di sapere come me la sono cavata.)

Come è andata in Cattolica
(al presente per motivi stilistici)

Il giorno 5 settembre 2008, dunque, munita solo di una penna e della speranza di essere ammessa, mi presento alla sede di Largo Gemelli 1, all’alba delle 8:30 a.m., in anticipo di un’ora rispetto all’orario di inizio del test. A quel punto, da non pratica, cerco un cartello di indicazioni. E ne trovo ben tre: “Test d’ammissione Psicologia” e tre diverse aule. Smarrita, mi rivolgo al signore in portineria con un “Mi scusi, io mi sono iscritta al test d’ammissione per psicologia e vorrei sapere in quale aula, delle tre segnalate su quei cartelli, devo andare.”
Risposta: “Se Lei si è iscritta, signorina, dovrebbe già sapere in quale aula deve andare.”
Per un momento ho l’impressione che stia scherzando, poi mi rendo conto che mi sta guardando in cagnesco. Per un altro momento mi balena in mente l’immagine di me che effettuo l’iscrizione dall’Ungheria, chi sa se avrò scaricato proprio tutti i documenti.
“Ha pagato la tassa, Lei?”
“Certo che l’ho pagata!”
“Mi faccia vedere i documenti…”
In breve guarda, trova il foglio che certificava l’avvenuto pagamento… ma ovviamente nessuna indicazione sull’aula. Con un “cominciamo bene” in mente, lo guardo sfogliare una lista infinita di nomi per trovare (finalmente…) il mio ed indicarmi (finalmente!) l’aula giusta: Sant’Agostino.
Mentre seguo i cartelli per Sant’Agostino penso alle coincidenze, al fatto che Sant’Agostino fosse filosofo oltre che religioso, al fatto che abbia scritto le Confessioni e che la fermata della metropolitana Sant’Agostino sia a due passi… ed al fatto che debba fare il test d’ammissione in un’aula che si chiama proprio Sant’Agostino.

Frotte di studenti agitatissimi, formalità, firma per la presenza, un crocifisso gigantesco appeso sulla parete dietro la cattedra, penne, domande, ansia. Infine si inizia. Con un’ora di ritardo rispetto all’orario comunicato.
Il test è diviso in due parti, prima bisogna rispondere alle domande della prima, consegna, breve intervallo, poi la seconda. Le domande sono abbastanza semplici, decisamente più semplici rispetto ai quesiti proposti da libri come Hoepli Test o altri. Unico problema è che il tempo stringe. Ben quattro quesiti sono costituiti da testi lunghi quanto un foglio A4 (giustezza 12), uno è un gioco di logica in stile “il signor verdi abita al settimo piano, il signor rossi due piani sotto, dove abita il signor bianchi che è due piani sopra al signor neri?”.
Umanamente impossibile rispondere a tutte le domande semplicemente perché i minuti a disposizione sono 70, i quesiti 140. Nessun punto in meno per le risposte sbagliate.
Il sistema per assicurare l’anonimato dei test è piuttosto primitivo. Una striscia di carta recante nome e cognome scritti dal candidato viene sigillata dal candidato stesso in una busta. La busta in questione deve essere inserita in una busta più grande, contenente il test vero e proprio.
Alla fine si scopre che c’era stato un guasto nel sistema e l’aula era indicata soltanto su una parte delle ricevute di avvenuto pagamento, ergo la scena capitatami al mattino non era assolutamente il risultato di una mia svista.
Con un altro “cominciamo bene” (e sfinita) mi avvio verso il San Raffaele.

Come è andata in San Raffaele
(sempre al presente, sempre per motivi stilistici)

Se sono riuscita ad arrivare in tempo è solo grazie ad Elena, anche lei candidata al test d’ingresso sia in Cattolica che in UniSR (e che non ringrazierò mai abbastanza).
Qui il tutto si svolge nell’aula magna, molto sobria. Ad ogni candidato vengono consegnati: il foglio delle risposte, il foglio con le informazioni personali, due adesivi con codice a barre, una busta.
Tutte le informazioni sono già precompilate, basta staccare il primo adesivo, incollarlo sul foglio identificativo e sigillarlo nella busta. L’altro adesivo va posizionato sul foglio delle risposte. Qualcuno passa a ritirare le buste, quindi vengono consegnati i test. 100 domande, 120 minuti. -0,5 punti per ogni risposta scorretta.
I quesiti sono tutti a risposta multipla, di difficoltà diverse (l’unica che ricordo chiaramente è “Perché sulla Terra ci sono le stagioni?”); gli argomenti variano dalla matematica alla biologia alle scienze naturali, senza far mancare domande di logica (perché i paracadutisti piegano le gambe prima di atterrare?).

Dove son finita e perché?
(non più al presente)

I risultati per il San Raffaele vennero pubblicati la mattina del giorno 8 settembre (una gentilissima segretaria mi ha detto, quella mattina, che avrebbe messo il tutto online a momenti). Ogni candidato aveva ricevuto un codice con cui accedere alla graduatoria e controllare la propria posizione. La conferma per l’iscrizione doveva essere inviata da quella stessa pagina entro e non oltre le ore 12:00 p.m. del giorno 10 settembre. I risultati per la Cattolica sarebbero stati pubblicati il giorno 10. Per i coraggiosi, questa è la conversazione con la segretaria, tenutasi appunto la mattina del giorno 8 settembre:
“Università Cattolica del Sacro Cuore, etc, etc, etc
“Pronto, buon giorno, ho fatto il test d’ammissione alla facoltà di Psicologia venerdì 5 e vorrei sapere quando verranno pubblicati i risultati.”
“Beh, signorina, se Lei ha fatto il test dovrebbe saperlo quando verranno pubblicati… non gliel’hanno detto al test?”
“Si, hanno detto il 10, ma vorrei sapere l’orario…”
“Entro le 16:00″

Ora, essendo stata ammessa in San Raffaele, dovendo confermare l’iscrizione entro le 12:00 di mercoledì, non conoscendo l’esito dell’esame in Cattolica e considerando anche le poche ma significative interazioni con il personale che vi lavora, ho fatto la mia scelta.
Mi sono immatricolata venerdì 12 settembre (sì, proprio quel venerdì 12 in cui cominciava la BlogFest a Riva del Garda) all’Università Vita e Salute San Raffaele.

Poi ho saputo di essere stata ammessa anche in Cattolica.
Ah, a proposito… è normale che tutti questi dati sensibili siano disponibili a chiunque?

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E-books, E-book readers, E-readers

Dicembre 21, 2008

Parlavasi (giustamente) di libri, al LitCamp di Riva del Garda.  Non solo (naturalmente) di libri, ma anche dei problemi attuali dell’editoria, della crisi, delle vendite scarse, a meno che non si tratti dell’ultimo di Moccia et similia.
Volendo fare un paragone filosofeggiante, il “motore immobile” per quanto riguarda lo scarso interesse nei confronti di una cultura vasta (con le dovute riserve, ognuno ha i propri interessi) sta a monte: non è certo una questione economica, date le ingenti somme che i clienti sarebbero disposti ad erogare per prodotti di tutt’altro genere (rimanendo, naturalmente, nell’ambito dei beni “superflui”).

Ritornando all’aspetto economico, almeno dal punto di vista delle case editrici, fare del classico prodotto libro cartaceo un formato elettronico ha uno svantaggio notevole: il rischio di renderlo oggetto di pirateria, scambi illeciti facilitati dalla possibilità di produrre infinite copie partendo da una sola. Il formato cartaceo è protettivo in questo senso: è infinitamente più economico e facile copiare un file piuttosto che fotocopiare un intero libro.
Non solo: ci sono anche i costi per quanto riguarda i diritti d’autore (la solita SIAE), il controllo dei quali sfuggirebbe totalmente dalle mani della casa editrice; persino la possibilità di far profitti su spese di stampa e spedizione verrebbe meno.
Risulta comprensibile, a questo punto, la reticenza delle grandi case editrici a rendere disponibile il formato elettronico (.doc o .pdf) dei libri pubblicati (anche se l’operazione in sé sarebbe semplicissima, dato che ogni libro, prima di essere stampato, esiste già in formato elettronico). In tal caso non sarebbe necessario attuare il percorso a ritroso (copiare a mano o usando scanner), cosa che qualche anima pia si sta accingendo a fare.

E’ chiaro che domanda e offerta trovano il loro punto di equilibrio nel momento in cui ci sono entrambe, e in questo particolare momento il pubblico italiano sembra quantomeno impreparato per un prodotto come l’ebook reader. Si parla sempre della media della popolazione (immaginatela come una gaussiana, se volete), non di singoli individui. Ecco perché, attualmente, il lettore medio non sente la necessità di possedere uno strumento che gli permetta di portare con sé un gran numero di libri. Potremmo estendere il dibattito e chiederci chi mai possa avere bisogno di 80GB di musica sempre a portata, ma sarebbe superfluo.
Come testimonia anche il video, la media (si parla sempre della media e non dei singoli, è importante ricordarlo) non riesce a conciliare l’utilità dello strumento con il suo prezzo. Coloro che realmente trovano interessante ed utile averlo sono (generalmente, anche se siamo all’estemo della gaussiana) i lettori più attenti. Ed è proprio qui che la mancata diffusione del formato elettronico si ritorce contro l’utente: potrà quel lettore trovare la stessa edizione e la stessa traduzione che trova senza alcuna difficoltà in una libreria? Molto probabilmente no.

Una possibile soluzione sarebbe l’invenzione di un nuovo formato che mantenga le caratteristiche di versatilità che rendono appetibile il suo utilizzo su un supporto elettronico (la ricerca di parole chiave in primis), ma che riesca a tutelare i diritti delle case editrici e degli autori stessi. E’ solo un compromesso, in realtà, ma permetterebbe di avere una serie di vantaggi sulla distribuzione del prodotto.
I veri feticisti della carta (e mi metto nel numero) non rinunceranno mai al libro tradizionalmente inteso, ma un’apertura mentale e di mercato verso questo nuovo modo di intendere la lettura non è da scartare a priori. Inoltre il prezzo sarà certamente più basso, dato che stampa e distribuzione sul territorio non saranno più necessarie, ergo i costi relativi verranno tagliati.

Si stanno facendo dei passi avanti con la filosofia del “print on demand” tipica di servizi come Lulu.com, ma rimangono tagliati fuori gli autori trattati dalle grandi case editrici.
Al LitCamp ho avuto modo di chiacchierare con Eleonora Gandini di Lulu, la quale evidenziava che i libri di maggior successo sono generalmente quelli legati all’imprenditoria, alle aziende e al lavoro (i “manuali per la sopravvivenza” in azienda, per intenderci).

Finché la richiesta rimarrà bassa e i consumatori si accontenteranno delle edizioni in inglese, molto poco sarà fatto per quella fetta di utenti che vorrebbero (ma che a questo punto non possono) avere l’equivalente italiano. Prima di tutto, quindi, bisogna educare il pubblico, altrimenti si rimarrà allo stesso punto.
Sempre diversi passi indietro rispetto agli altri.