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Pensieri a ridosso di un libro di testo universitario

maggio 5, 2011

Apro e chiudo una piccola parentesi personale. Ci sono libri che scivolano sotto la pelle, libri fondamentali, libri che rimangono in testa per anni.

E poi ci sono libri che fanno pensare, quelli che aiutano a farti riprendere il colloquio interiore, che ridanno forza e vigore alla riflessione.
Ecco, Tecnica del colloquio di Antonio Alberto Semi è uno di questi libri.

Poco più di un centinaio di pagine scorrevoli, ma condite di spezie difficili da digerire.
In fondo, studiare psicologia significa anche leggere ogni cosa alla luce della propria esperienza personale attuale. Il contenuto è filtrato, o meglio, letto alla luce delle tematiche salienti in quel particolare momento.
Più leggo, dunque, più associazioni con discussioni e circostanze recenti faccio. Più procedo con lo studio, maggiore sento la tentazione di analizzare le mie relazioni e i miei rapporti interpersonali.
Ma una dissezione del genere implica pur sempre un cadavere, ed io non sono né pronta né disposta a dare le mie emozioni in pasto alla ragione.
Nemmeno alla mia, figuriamoci quella di qualcun altro.
La verità è che non trovo requie, ma il livello emotivo rimane rigorosamente sganciato da quello cognitivo. Mi rifiuto di rispondere alla domanda “Perché?”, anche se, in realtà, a livello inconscio e preconscio un legame c’è: l’incisività di certi miei interventi – arguti, forse, a livello cognitivo ma aggressivi a livello relazionale – che traggono la loro linfa vitale dalle conversazioni con il mio compagno di vita e avventure, per non parlare dell’eccessiva razionalizzazione che attuo nei confronti di contenuti ed emozioni, ne è la prova incontrovertibile.
Non bisogna dimenticare, tuttavia, che la razionalizzazione è un meccanismo di difesa, ed anche uno dei più tremendi.
La domanda è: difesa da cosa? Dal contenuto? Dalla consapevolezza del contenuto? Dall’effetto che quella consapevolezza potrebbe avere in me?
In realtà non lo voglio sapere.

E’ come se il primo fiume Infernale mi attraversasse dividendomi a metà, separando testa e pancia.
Quel che mi serve è un Caronte caritatevole che mi aiuti a traghettare l’intraghettabile.

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La voce del precariato italiano: una questione di principio

novembre 14, 2010

Che io conosca oppure no Paola è del tutto irrilevante.

Tutti conosciamo una, due, dieci Paola. La sostanza non cambia. Sono solo le facce e le professioni a cambiare, perché quello del precariato non è un problema solo dell’editoria.

Negli ultimi due giorni si è parlato diffusamente della situazione che ha portato Paola Caruso, una giornalista del Corriere della Sera, a ricorrere allo sciopero della fame. Per far sentire la sua voce, per ribellarsi pubblicamente contro un sistema che è intrinsecamente sbagliato.

Per portare un argomento così importante nella luce dei riflettori, perché – a mio avviso – in Italia sussiste uno strano fenomeno, quello per cui se nessuno si lamenta di un determinato fatto, allora vuol dire che tutto è in regola e che niente debba essere cambiato. Anche se il fatto in questione è moralmente, civilmente, umanamente sbagliato.

Riporto le sue parole, pubblicate sul “Diario di uno sciopero“:

La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.

La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.

Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.

Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in  modo diverso.

Lei ha trovato il coraggio di dire no, e nelle ultime ore si sono moltiplicati i messaggi di solidarietà, sia sulla pagina fan su FaceBook che nel gruppo dedicatole su Friendfeed.

Ora, discutere sull’esattezza o meno nella resa dei fatti, mettere in dubbio la sua credibilità, negare che i fatti siano avvenuti così come lei li ha descritti, significa prendere una grande occasione e buttarla via. Perché non è di Paola Caruso che si parla, ormai. O meglio, non solo di Paola Caruso. Il suo caso è come quello di tanti altri, in svariati settori.

Bisogna smetterla di piegare la propria volontà a queste regole, semplicemente perché sono sbagliate: dovrebbero tutelare le persone e la loro dignità. Nella realtà dei fatti mettono in secondo piano i diritti dei lavoratori per dare alle aziende la possibilità di “risparmiare”. Oppure, se vogliamo vederla da un altro punto di vista, le aziende trovano il modo di utilizzare le leggi a loro favore, in modo tale da poter “risparmiare”.

L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, dice la Costituzione. Volere un contratto a tempo indeterminato non è un capriccio, è l’unico perno, l’unica sicurezza su cui cominciare a costruire la propria vita.

E invece ci si ritrova incastrati in contratti a tempo determinato (o come freelance) rinnovati anche per 7 lunghi anni, come nel caso di Paola: incastrati nell’impossibilità di fare alcun progetto a lungo termine.

Obbligando anche a ringraziare, perché rispetto ad altri sei pure stato fortunato.

E’ questo ad essere sbagliato, ed è questo che deve cambiare. Il fatto che fino ad ora nessuno abbia osato alzare la testa per protestare non significa che il sistema possa andare bene così com’è. Ci si lamenta del fatto che i giovani rimangano in casa fino ai trent’anni e oltre, ma quello altro non è che una conseguenza di una situazione su cui bisogna intervenire molto più a monte.

Io sono una laureanda di 21 anni. Se non si fa qualcosa, se non unisco la mia voce a quelle che si stanno sollevando in queste ore, non avrò il coraggio di guardarmi allo specchio quando anch’io finirò là fuori, nel meraviglioso mondo del lavoro.

Perché, alla fine, anche io sono Paola.

Ne hanno parlato:

FNSIIl PostIl Fatto Quotidiano

QED: la Storia si ripete

ottobre 6, 2010

machiavelliSono giorni di intense letture ed approfondimenti interessanti in materia di storia e politica. E’ strano il modo in cui le persone che mi vedono con un volume della Storia d’Italia in mano mi chiedono se lo faccio per piacere o per dovere. Ho provato a rispondere in entrambi i modi, ma lo stupore più genuino si diffonde sul viso di chi sente che lo faccio per mia cultura personale. Quasi sempre la replica è  “Io non lo farei mai“.

Confesso che non manca una profonda amarezza ed una certa preoccupazione per gli avvenimenti delle ultime settimane: è un quadro a tinte fosche, senza se e senza ma.

Forse anche per questo mi ha colpito molto il seguente passo, tratto da La Storia d’Italia – Il Meriggio del Rinascimento di Indro Montanelli, in riferimento a Il Principe di Niccolò Machiavelli:

“Il despota perfetto deve farsi temere dai sudditi, negar loro la libertà e concederne solo le apparenze, perché uno Stato tollerante è destinato a perire. Per tenere a bada il popolo il principe deve «… parere pietoso, fedele, integro, religioso, ed essere; ma stare in modo edificato, con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare al contrario… Debbe adunque avere un principe gran cura che li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle sopra scritte cinque qualità; e sia, a vederlo e udirlo tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto religione… Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare… Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti».”

Si sa, Il Principe è un testo che molti sovrani del passato (tra i quali Carlo V, Enrico III, Enrico IV e Guglielmo d’Orange) tenevano sempre con sé, imparandone a memoria i brani più salienti e consultandolo prima di prendere decisioni importanti.

Sembrerebbe che non fossero gli unici: c’è probabilmente qualcuno che lo tiene sempre sul proprio comodino, ancora oggi, nel 2010.

E fa sempre un certo effetto vedere certe incongruenze, sentire certe affermazioni, e vederle specchiate in qualcosa che è stato scritto 500 anni fa con una lucidità impossibile, a mio avviso, a un giornalista dei giorni nostri.

Ma naturalmente queste sono solo delle riflessioni da poco. Chi potrebbe mai mettere in dubbio la sua galanteria, la sua integrità, il suo rispetto per la Costituzione… per non parlare della famiglia, della sua religiosità, del suo profondo amore per la legalità.

Mi rendo conto che mai come ora le parole di Machiavelli hanno ricalcato le vigorose tracce della realtà: quel che mi stupisce, in tutto questo, è la mancanza dell’accortezza della “volpe” nel celare la propria vera natura. Non ce n’è bisogno.

Gli Italiani stessi hanno smesso di stupirsi; i numerosi scandali che circondano una delle più alte cariche dello Stato non fa che nutrire le bocche affamate di gossip, i discorsi diventano sempre tangenziali rispetto alla gravità dell’argomento centrale. Va bene tutto, “tanto ne ha fatte di peggio”.

Le persone continuano a dimenticare, lasciar correre, preoccuparsi d’altro: perché è troppo noioso parlare di quella che è la realtà attuale nel Paese in cui si vive e in cui vivranno i nostri figli. Troppo complicato descrivere quelle complesse dinamiche  e interazioni che fanno sì che l’Italia sia quel che è. Assuefatti e impreparati, ma ancor prima svogliati e senza alcun interesse per delle vicende che toccano ogni cittadino da vicino.

Andate pure a mettere lo smalto, ora.

Ho finito.

Manuale del perfetto neoelettore

settembre 4, 2010

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una citazione degna di un discorso tenuto in piena campagna elettorale, soprattutto in questi tempi bui. La situazione politica attuale è letteralmente sull’orlo di un precipizio. Sul fondo, niente di buono.

Per capire, ad ogni modo, per poter davvero cogliere fino in fondo il significato degli avvenimenti attuali, è indispensabile avere una buona conoscenza della Storia del proprio paese.

Quel che non cessa mai di sorprendermi è la mancanza di coerenza nello svolgimento del programma ministeriale di Storia.

In teoria, secondo il decreto n.682 del 4/11/96 , la suddivisione annuale del programma di Storia dovrebbe essere la seguente:

1° anno: dalla Preistoria ai primi due secoli dell’Impero Romano;
2° anno: dall’età dei Severi alla metà del XIV secolo;
3° anno: dalla crisi socio-economica del XIV secolo alla prima metà del Seicento;
4° anno: dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Ottocento;
5° anno: il Novecento.

Sfortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si riesce ad arrivare soltanto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con qualche accenno alle origini dell’Unione Europea. Viene tagliata fuori tutta la seconda metà del Novecento. Chi ha finito la scuola negli anni ’70 si ricorda di aver fatto tutto il programma fino all'”attualità”.  Sono passati 40 anni, ma a quanto pare i programmi sono rimasti invariati.

Ora, uno studente del liceo compie 18 anni proprio durante l’ultimo anno di Liceo, e proprio quando compie 18 comincia a votare.

E vota in un’Italia che non è quella degli anni ’50, è un’Italia profondamente diversa. E’ l’Italia del dopo “Mani pulite”, la P2,  Craxi, le stragi di Capaci e via d’Amelio… e tante altre, che la maggior parte dei neoelettori ignora.

Le ultime lezioni di storia dovrebbero finire col giornale in mano, non con la CECA.

Non è pensabile che un giovane possa votare in maniera libera e informata se non conosce la storia del proprio paese.

Non è giusto che il voto sia influenzato più dalla “tradizione di famiglia” per quanto riguarda il colore politico, da quel che mamma e papà dicono sia giusto o meno.

E’ compito della scuola, senza ombra di dubbio, garantire informazioni oggettive e libere ai propri studenti, soprattutto riguardo ai fatti storici degli ultimi 50, 60 anni.  Soprattutto in un periodo della formazione tanto importante.

“La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”

Una frase che vorrei tanto sentire in un discorso tenuto in campagna elettorale. E invece no.

E’ di Erasmo da Rotterdam, XVI secolo.

Bentornato a casa, Binyam!

febbraio 25, 2009

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E’ finalmente rientrato in Gran Bretagna Binyam Mohamed, il detenuto di Guantánamo di cui si parlava un po’ di tempo fa. Era stato arrestato nel 2002  in Pakistan, ventitreenne. Ora ha trent’anni (30!) e cicatrici fisiche e psichiche difficili (se non impossibili) da cancellare.

A voi l’illuminante intervista al suo avvocato, Yvonne Bradley.

Questa, invece, è la dichiarazione rilasciata da Binyam al suo arrivo (traduzione della sottoscritta):

Spero capirete che, dopo tutto quel che ho passato, non sono nè fisicamente nè mentalmente in grado di affrontare i media al momento del mio ritorno in Gran Bretagna. Per favore perdonatemi se rilascio solo una semplice dichiarazione attraverso il mio avvocato. Spero di essere in grado di far meglio nei giorni a venire, quando sarò sulla via del recupero.

Ho vissuto un’esperienza che non ho mai pensato di affrontare, nemmeno nei miei incubi più cupi. Prima di questo strazio, “tortura” era una parola astratta per me. Non avrei mai potuto immaginare che ne sarei stato vittima. E’ ancora difficile per me credere che sono stato rapito, trasportato da un paese all’altro e torturato con metodi medievali – il tutto organizzato dal governo degli Stati Uniti.

binyam_mohamed_30348tSebbene voglia recuperare e lasciare tutto quanto il più lontano possibile nel passato, so di avere un obbligo verso le persone che sono rimaste ancora in quelle camere di tortura. La mia stessa disperazione è stata maggiore quando pensavo che tutti mi avevano abbandonato. Ho il dovere di assicurarmi che nessun altro sarà dimenticato.

Sono grato del fatto che alla fine non sono stato semplicemente abbandonato al mio destino. Sono grato ai miei avvocati, allo staff di Reprieve e al Lt. Col. Yvonne Bradley, che ha lottato per la mia libertà. Sono grato ai membri del British Foreign Office che mi hanno scritto quando ero a Guantánamo Bay per tenermi su il morale, così come ai membri dei media che hanno cercato di assicurarsi che il mondo sapesse che cosa stava succedendo. So che non sarei a casa in Gran Bretagna ora se non fosse stato per l’aiuto di tutti. A dire il vero, potrei addirittura non esser vivo.

Vorrei poter dire che è tutto finito, ma non è così. Ci sono ancora 241 prigionieri musulmani a Guantánamo. Molti sono stati assolti persino dalle forze armate statunitensi, eppure non possono andare da nessuna parte in quanto subiscono persecuzioni. Per esempio Ahmed bel Bacha viveva qui in Gran Bretagna ed ha disperatamente bisogno di una casa. E poi ci sono migliaia di altri prigionieri trattenuti dagli US in altre parti del mondo, senza accuse e senza poter entrare in contatto con le loro famiglie.

Devo dire, più con tristezza che con rabbia, che molti sono stati complici nei miei orrori negli ultimi sette anni. Per me il momento peggiore è stato quando in Marocco ho realizzato che le persone che mi torturavano ricevevano domande e materiale dall’intelligence britannica. Avevo incontrato membri dell’intelligence britannica in Pakistan. Ero stato aperto con loro. Eppure ho realizzato soltanto in seguito che le stesse persone che speravo mi avrebbero salvato si erano alleate con i miei persecutori.

Non chiedo vendetta, ma solo che la verità sia resa nota, in modo che nessuno in futuro debba sopportare quello che ho sopportato io. Grazie.

Bentornato a casa, Binyam!

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The Swingle Singers: perfezione a cappella

febbraio 23, 2009

Il 21 febbraio 2009 si è tenuto al Conservatorio di Torino il concerto del gruppo a cappella The Swingle Singers.

La storia del gruppo comincia nel lontano 1962 a Parigi, con Ward Swingle, Anne Germain, Jeanette Baucomont, Jean Cussac e Christiane Legrand. Ora il gruppo è composto da otto elementi: due soprani (Joanna Goldsmith e Sara Brimer), due mezzosoprani (Clare Wheeler e Lucy Bailey), due tenori (Richard Eteson e Christopher Jay) e due bassi (Kevin Fox e Tobias Hug). Il gruppo riscuote anche oggi un grande successo in tutto il mondo sebbene nessuno di questi facesse parte del gruppo originario: dimostrazione della continua ricerca dell’eccellenza che ha caratterizzato il loro percorso musicale fin dai primi anni.
Gli Swingle Singers sono specializzati nell’interpretazione di brani a cappella di vari generi musicali, soprattutto di musica classica. E’ famosa la loro versione dell’Aria sulla quarta corda di Bach, diventata la sigla del programma televisivo Superquark di Piero Angela.

Il concerto del 21 febbraio al Conservatorio di Torino è stato semplicemente un successo. A cominciare dal tutto esaurito e finendo con il secondo bis*, tutta la serata è stata un inno alla perfezione.
Sono stati eseguiti brani di svariati generi musicali, un perfetto esempio della singolare contaminazione tra generi che gli “Swingle Singers” propongono. Da Purcell a Piazzolla, da Bach a Chopin, da Björk a Sting: non solo una scelta di repertorio audace, ma anche una tecnica impeccabile ed una straordinaria pulizia delle voci. Possono sembrare un’orchestra sinfonica, un coro oppure un complesso jazz a seconda del brano interpretato. Il tutto con una levità e precisione fuori dal comune.
Spetta a Hugh Walker, ingegnere del suono del gruppo, garantire la resa acustica in concerto. Non è certamente facile con otto microfoni sul palco, il rientro in cuffia per ognuno, l’amplificazione, i riverberi e le casse a pochi passi di distanza dai cantanti.

Riporto un frammento dell’intervista di Marco Basso a Kevin Fox:
In tanti anni di attività cambiano i cantanti, ma non il senso artistico degli Swingle
“La nostra filosofia non è mai cambiata: usare la voce in modo strumentale e fondere stili differenti di musica per creare qualcosa di nuovo. Questi princìpi ci hanno permesso di avere forza, energia e idee musicali durature, cosicché il gruppo, dopo quarantasei anni di attività. sta ancora andando forte. Naturalmente i tempi, i cantanti, le tecnologie, il repertorio sono cambiati, ma questo è positivo oltre che necessario.”

“Perché avete scelto la forma del canto a cappella?”
“La voce è il più immediato di tutti gli strumenti: fra esecutore e ascoltatore non c’è altro. E’ anche estremamente versatile: non ci sono limiti a quanto si possa fare con la voce. Così amiamo forzarne i confini ed esplorarne le possibilità.”

Non sono mancati, durante la serata, frizzanti interventi da parte dei cantanti, brevi intermezzi in italiano che hanno letteralmente deliziato il pubblico, nonché dimostrazioni delle capacità vocali di Kevin Fox e Tobias Hug.

Gli Swingle Singers non sono solo degli artisti di fama internazionale; sono anche e soprattutto delle persone splendide. Quel che più mi ha colpito (più del concerto, più della tecnica e della loro perfezione vocale) è stato quel Happy Birthday cantato a mezzanotte per telefono ad un amico.
Non posso fare altro che ringraziarli per la loro disponibilità e per la loro bellissima musica.
Di una gentilezza d’altri tempi, pacati e precisi; del resto la musica che fanno richiede appunto questo: una perfetta armonia.

Si ringrazia l’Associazione Stefano Tempia per aver reso possibile questa magnifica serata.
La foto qui sopra mi ritrae insieme al gruppo dopo il concerto.
Più foto sono disponibili qui.

*Il secondo bis è stato “Bella ciao”

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