Maggio 12, 2008
Sono passate più di 24 ore dalla fine dell’Italian Wordcamp.
La partenza è stata leggermente ritardata e dopo il talk di Matt la maggior parte dei wordcampers è andata in cerca di viveri.
E’ quindi saltato, purtroppo, il talk di Matteo Flora su WordPress Security (al quale aveva lavorato non poco), in programma per le 12:30. Spero di poterlo vedere in qualche altra occasione, conferenza o barcamp che sia.
Sono state scattate moltissime foto, sono state fatte interviste, registrazioni, video…
La documentazione non manca.
Qui le mie foto del Wordcamp.
Qui, invece, le foto scattate durante il pomeriggio di domenica (passato con Wolly, Matt e Sara Rosso).
Un ringraziamento a Wolly che ha organizzato in maniera straordinaria la giornata e a Matt, sempre sorridente, cortese, instancabile.
Saluto tutti coloro che ho conosciuto e mi auguro di rivedervi al prossimo Barcamp!
(Ho avuto modo di rivedere persone che già conoscevo personalmente, come Matteo Flora, Arsenio Bravuomo, lo stesso Paolo Valenti aka Wolly, Marilù e Serena aka xlthlx.
Sono venuti anche i YahooLivers, storica squadra formata da Matteo aka Conte Paz, Alessio aka Clockwise, Luca aka N0vecento e la sua bellissima moglie Stefania aka Teiluj. Anche Azael è venuto, ed è stato l’unico a riconoscermi subito (ad eccezione di chi già mi aveva visto dal vivo, naturalmente).
Ho conosciuto Sara Rosso di Girl Geek Dinner, Andrea Beggi, Marina Remi aka Remyna, Rossella aka Ninna, Palmasco, Sean Carlos, Livia Iacolare, Luca Sartoni, Alessandro aka Sonounprecario, Stefigno e moltissimi altri che ora, all’alba delle 2:37 minuti davvero non riesco a ricordare.
Sentitevi quindi liberi di commentare, inserirò poi chi non ho inserito ora.)
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Maggio 5, 2008
Nonostante i cambiamenti nella normativa riguardante l’esame di stato per la scuola secondaria superiore, per gli anni scolastici 2006-2007 e 2007-2008 varrà ancora la vecchia legge.
Le date
Le prove scritte di quest’anno sono state fissate per il 18, 19 e 23 giugno, mentre per sapere le date dei colloqui pluridisciplinari bisognerà aspettare il 18. In quella data, infatti, verranno estratte a sorte e comunicate agli studenti la classe da cui incominciare gli orali e la lettera dell’alfabeto da cui partire.
In realtà l’inizio degli esami orali dipende sempre dal presidente: non essendoci infatti una normativa precisa per quanto riguarda i tempi, ogni commissione decide se correggere la prima e seconda prova prima che venga svolta la terza prova scritta (in modo da accorciare i tempi) oppure se aprire i pacchi soltanto dopo la conclusione di tutte e tre le prove scritte.
Nel caso si opti per la seconda variante, la settimana del 23 andrà persa per la correzione.
Dipende da questo, dunque, la data di inizio e di conclusione degli esami orali. Ad ogni modo, nella peggiore delle ipotesi per il 10 di luglio sarà tutto finito. Per legge, infatti, il tutto deve concludersi prima del 15 di luglio. Nella migliore delle ipotesi, il 5 luglio anche l’ultimo interrogato sarà in vacanza.
L’ammissione
Viene introdotto, da quest’anno, il giudizio di ammissione del collegio docenti. Non viene applicata, invece, la nuova normativa riguardante i debiti scolastici.
“Per il corrente anno scolastico, in sede di scrutinio finale si procederà ad una valutazione complessiva di ciascuno studente che tenga conto, come enunciato nella legge, all’art.1, capoverso art.3-comma 1, delle sue capacità critiche ed espressive e degli sforzi compiuti per colmare eventuali lacune e raggiungere una preparazione idonea a consentirgli di affrontare l’esame, anche in presenza di valutazioni non sufficienti nelle singole discipline. In quest’ultimo caso, l’ammissione o la non ammissione dovrà essere specificamente motivata.”
Le commissioni
Composte da 6 commissari, per i corsi ad indirizzo linguistico dei licei e dell’istruzione tecnica, nella designazione dei commissari interni, i Consigli di classe hanno tre possibilità:
“1. Ai sensi della CM n.15 del 31-1-2007, possono designare, oltre ai docenti di lingue straniere, altri due commissari interni titolari di materie diverse da quelle affidate ai membri esterni.
Considerato che la succitata Circolare Ministeriale consente allo studente anche la scelta della lingua straniera da inserire tra le materie oggetto del colloquio pluridisciplinare, alle operazioni d’esame partecipano tutti i tre commissari interni di lingue straniere, i quali intervengono nei diversi momenti di svolgimento delle prove scritte e del colloquio avvicendandosi in relazione alla lingua straniera di volta in volta scelta dallo studente.
2. In sede di valutazione finale i tre docenti di lingue straniere esprimono ciascuno per la parte cui è stato interessato, il giudizio e la proposta di voto condivisa sulla competenza linguistica e sulla preparazione del candidato. I Consigli di classe, nella loro autonomia, avuto riguardo alle caratteristiche del piano dell’offerta formativa della scuola, possono designare soltanto i tre docenti di lingue.
3. Possono designare due docenti di lingue straniere, a loro scelta, ed un terzo docente di disciplina non assegnata ai commissari esterni.”
Le domande della terza prova
Generalmente vengono formulate 10 o 12 domande per ogni materia. La scelta viene affidata al presidente della commissione oppure ancora più spesso al caso (semplicemente chiudendo gli occhi e facendo calare la penna sul foglio, ad esempio). La legge non prevede che le materie della prima e della seconda prova scritta siano automaticamente escluse dalla terza, ma di fatto così avviene. Si evita, ad esempio, di includere italiano come materia della terza prova.
I commissari
Prima di fare calcoli riguardanti le materie su cui verterà l’esame di maturità di quest’anno, bisogna considerare che ogni commissario può e deve interrogare in tutte le materie in cui è abilitato. Le “coppie” più probabili sono matematica-fisica, italiano-storia, storia-filosofia, diritto-economia.
Ultimo, ma non da ultimo, è il fattore assenteismo degli insegnanti.
La retribuzione per le giornate lavorative impiegate durante gli esami è di 25 euro lordi al giorno, quindi il numero di insegnanti da sostituire per “malattia” all’ultimo momento è molto grande. Purtroppo se dei primi si conosceva l’abilitazione, dei supplenti non si sa nulla fino al giorno dell’esame.
Buona preparazione!
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Maggio 1, 2008
Sono passati più di due mesi da quando, sorridente e cordiale, il preside consegnava alle classi quinte i fogli per le iscrizioni ad una conferenza che avrebbe avuto luogo all’interno dell’istituto stesso da lì a pochi giorni. Solitamente, in caso di attività extrascolastiche (pomeridiane o serali), la partecipazione è facoltativa e da qui l’abitudine di predisporre la lista dei partecipanti.
Viene spiegato che si tratta di una conferenza riguardante i fatti de La Sapienza e la posizione del papa Benedetto XVI al riguardo. Cose già sentite, ormai siamo a fine febbraio e la tempesta è già passata. E poi l’orario: le 21:00 di venerdi, sabato mattina lezione. Il 90% degli studenti ha già deciso che non parteciperà quando il preside, uscendo, lancia un’ultima occhiata sorridente alla classe aggiungendo: “Naturalmente la possibilità di non partecipare è del tutto teorica. Buona giornata!”
Sdegno e stupore in tutti, qualche protesta esplicita; e intanto il foglio si riempie di riluttanti adesioni alla fantomatica conferenza.
Arrivata la gran serata, verso le 20:45 - 21:00 l’atrio della scuola comincia a popolarsi, sebbene non nella misura auspicata dalla direzione. Ad ogni modo, i ragazzi vengono fatti accomodare nel salone teatro, dove si stima che ormai siano più di cinquanta.
Si vedono insegnanti, suore, ragazzi che continuano a ripetere che no, non potranno trattenersi oltre le 22:00 perché altrimenti non riusciranno più a tornare a casa, ragazzi imbronciati, ragazzi che sono lì solamente per l’attestato di partecipazione (che vale per i crediti scolastici, naturalmente).
Intanto scopriamo che il relatore si chiama Fabio Pizzul, un giornalista.
Il tema?
“Dopo i fatti della “Sapienza”: fede, ragione, libertà e il pensiero di papa Benedetto XVI”
Peccato che Fabio Pizzul fosse stato per sei lunghi anni presidente dell’Azione Cattolica Ambrosiana. A questo punto la sua posizione e il contenuto della conferenza sono già chiari, dato anche l’orientamento della scuola stessa.
Ma sono già le 21:30 e del signor giornalista ancora nessuna traccia. Solo alle 22:00 passate compare, trafelato e con il casco in mano, esordendo con un “potete mandarmi al diavolo, se volete”. E scommetto che molti l’hanno fatto, mentalmente. Molti dei pochi rimasti, dato che una fetta del pubblico era già dovuta tornare a casa a quell’ora.
Segue un’ora abbondante di monologo, condito da domande (poche) e dall’intervento di qualche adulto in sala.
Ma dopo aver sentito ciò che era da aspettarsi (il discorso del papa riguardava appunto la libertà degli scienziati e dei ricercatori nei confronti della Chiesa, la figura di Ratzinger come professore universitario e non come papa, insomma tutti quegli argomenti a favore della Chiesa Cattolica e a discapito di quei satanisti dell’università La Sapienza) qualcuno fa una domanda interessante riguardo al peso che venne dato alla notizia stessa.
E qui, in fondo a una serata strana, Fabio Pizzul dà il meglio di sé dicendo (mi scuso se le espressioni non sono esatte, ma il tempo trascorso da allora non è poco) queste parole:
“Diciamoci la verità, tanto siamo tra noi. Il vero problema di papa Benedetto XVI è di non avere più Navarro Valls. Era lui che, grazie ai contatti con i giornali, riusciva a mantenere l’immagine del Vaticano. Se quest’episodio fosse accaduto quando c’era lui, i direttori di La Repubblica e del Corriere della Sera avrebbero alzato la cornetta e l’avrebbero chiamato chiedendo se potessero mettere quella notizia in prima pagina. Lui (Navarro Valls) avrebbe chiesto loro se fossero impazziti e la notizia sarebbe diventata un breve trafiletto in pagina sette. Questo evento ha fatto tanto scalpore solamente perché è finito in prima pagina sui giornali, e questo non sarebbe successo se l’ufficio stampa del Vaticano fosse stato quello di una volta.“
A proposito di libertà e di ingerenza della Chiesa nell’informazione.
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Aprile 26, 2008
5 lunghi anni.
5 anni per crescere, imparare, modellare la persona e la personalità.
Ed eccola lì, seduta davanti a 7 insegnanti, il numero 15. Nel registro è il numero 15, proprio prima del 16, che è il mio. E’ letteralmente terrorizzata, si vede.”
Nel frattempo io non posso fare a meno di fissare quel portachiavi, così semplice, così freddo:
“I try not to let school interfere with my personal life.”
Ma la scuola E’ la sua vita, in questo momento. Ed ora, in quest’aula luminosa al secondo piano del collegio, si vendica di quella pupilla che ha cercato di escluderla dai suoi pensieri.
E’ questione di metodo e di consapevolezza: le conoscenze acquisite a scuola sono strumenti, mezzi. Apprendere significa impadronirsi di un metodo che servirà in futuro. Diventa quindi assurda la domanda “Ma a me, di questo argomento, che cosa importa?”
Probabilmente nulla, ma non è questo il punto. Persino non ascoltare in classe, rimandare, trattare la materia come se fosse qualche cosa di estraneo alla propria esistenza ed ai propri interessi significa non aver compreso appieno il ruolo che quella ha nello sviluppo dello studente.
Gli insegnanti capaci di trasmettere ai loro alunni la passione per ciò che insegnano non sono molti, purtroppo.
L’approccio dello studente allo studio deve quindi essere quello di un essere umano assetato di sapere.
In questo modo non è più studio finalizzato alla verifica orale o scritta (tanto criticato dagli insegnanti), non è più nemmeno uno studio sterile, destinato a sbiadire nel tempo. Rimane impresso nella memoria, come tutte quelle informazioni apprese per piacere e non per forza.
(E’ davvero stupefacente la quantità di informazioni sulla storia del calcio che un ragazzo con la media del 4 può avere!)
Insegnanti e genitori possono agire fino ad un certo punto: il resto è compito del giovane.
Ed è tutto basato sull’atteggiamento mentale assunto rispetto alla materia studiata.
Per alcuni è naturale, per altri può essere una forzatura, ma funziona.
Se quella ragazza dai capelli ricci (umana, troppo umana) seduta davanti a 7 insegnanti avesse affrontato diversamente questi ultimi 5 anni, forse non l’avremmo vista in lacrime dopo la sua faticosa interrogazione.
Tanto quelle lacrime non erano legate al dispiacere del “non sapere” per sé. Erano causa del dispiacere di non aver saputo per i commissari che aveva davanti.
E data la scarsa considerazione per quelle persone, è ritornata al suo riso volgare dopo pochi minuti di feroce vergogna.
Forse i minuti più lucidamente saggi della sua vita.
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Aprile 26, 2008

Ho scoperto Banksy. Gli inglesi definirebbero le sue opere con il termine “disturbing”. E sempre “disturbing” è anche il rapporto con questa sua opera.
Specialmente di questi tempi, in cui “die Ahnung der Tragödie” (il sentimento di imminenza della tragedia) è palpabile, ancor più che ai tempi degli espressionisti.
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Aprile 24, 2008
Io non ascolto Radio 24.
E generalmente tendo ad evitare di andare al supermercato, se la mia presenza non è strettamente necessaria ma solamente “accessoria”.
Ad ogni modo stasera mi è capitato di dover fare entrambe le cose, mio malgrado, ed ecco che per la prima volta ho avuto l’occasione di ascoltare un frammento della trasmissione “La Zanzara”, in onda su Radio 24 e condotta da Giuseppe Cruciani.
Ne avevo sentito parlare (bene), di questa trasmissione, quando Luca Luciani aveva deliziato l’intera blogosfera con le sue prodezze storiografiche su Napoleone e Waterloo.
Stasera, tuttavia, è successo qualche cosa di strano: sono capitata all’inizio di una telefonata (pare che “La Zanzara”, a differenza di altre trasmissioni radiofoniche, permetta le domande da parte degli ascoltatori senza censura e senza limite di tempo) da parte del signor Davide da Milano, il quale chiedeva il parere del conduttore circa le considerazioni di Beppe Grillo intorno a disinformazione e giornalisti “schierati”.
E’ da mesi che se ne parla, l’argomento è stato ampiamente trattato, almeno tra blog e video podcast.
Ma Giuseppe Cruciani fa finta di non capire, chiedendo chiarimenti sulla domanda. L’ascoltatore risponde citando Emilio Fede e Lucia Annunziata, sottolineando come una parte dei giornalisti sia “servile” nei confronti di certe personalità.
Ma Giuseppe Cruciani continua a far finta di non capire, chiedendo al signor Davide se lui, impiegato delle Poste Italiane, si definisca “servo” dei suoi capi.
L’interlocutore sta per rispondere, quando il conduttore decide di rimandare a qualche minuto più tardi il proseguo della conversazione telefonica, che riprende solamente per quei pochi minuti necessari a liquidare lo scomodo ascoltatore rapidamente e senza repliche.
Non posso ancora crederci.
Un giornalista come Giuseppe Cruciani, di cui “Il Sole 24 Ore” scrive (grassetto mio):
“Inizia la sua carriera giornalistica a Radio Radicale, collaborando poi per L’Indipendente e Il Tempo e occupandosi di esteri presso la redazione del settimanale Liberal e del quotidiano Il Foglio. Per quattro anni ha fatto parte del team italiano del canale televisivo via satellite Euronews, come producer di alcune trasmissioni di politica internazionale. A Radio 24 conduce per due anni il programma di attualità dal mondo “Linea 24″, passando poi alla conduzione di “9 in punto” e “La Sfida”"
è stato in grado di negare il fatto che esista la disinformazione, è arrivato a ribadire più volte il fatto di non aver capito che cosa il signor Davide intendesse quando parlava di servilismo da parte dei giornalisti, ed ha finito per chiudere rudemente la comunicazione quando l’ascoltatore ha reso talmente palese la richiesta da non giustificare ulteriori “Non ho capito di cosa stia parlando”.
E’ ridicolo fare finta di non sapere cosa stia succedendo oggi in un settore che dovrebbe interessarlo direttamente, e soprattutto è assurdo pretendere di non capire quando l’argomento in questione è stato analizzato nel dettaglio, nelle ultime settimane.
Forse il signor Davide da Milano aveva diritto ad una risposta più consona alla sua lucida richiesta e forse tutte le considerazioni positive su “La Zanzara” non erano precise e coerenti.
La puntata del 24 aprile 2008 la potete trovare qui.
E continuerò a non ascoltare Radio 24.
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Aprile 19, 2008
“I try not to let school interfere with my personal life.”
Ho avuto queste parole sotto gli occhi per tre lunghe ore, oggi. Ed era vagamente bizzarro leggerle e contemporaneamente sentire la proprietaria del portachiavi su cui erano scolpite incespicare tra le domande della seconda e ultima simulazione di orale di quest’anno.
Sin dai tempi di Quintiliano si era prospettato un approccio ludico all’insegnamento per i più piccoli: calibrare le conoscenze alla effettiva capacità di comprensione dei bambini ed utilizzare strumenti alla loro portata.
Ora questo metodo è stato adottato praticamente in tutte le scuole occidentali. Il “gioco” comincia con il primo giorno di scuola. La fine del gioco dipende da ogni studente.
Ognuno, infatti, vive l’esperienza scolastica in maniera differente. Può piacere o no, si può “giocare” mettendo tutto il proprio impegno oppure ci si può lasciar vivere dagli anni (obbligatori) passati a scuola.
Una risata breve e tesa mi distoglie lo sguardo dal portachiavi abbandonato sul pavimento. L’interrogata ha commesso un clamoroso errore durante l’interrogazione di filosofia, i commissari non sembrano gradire lo sfogo nervoso.
Ecco, anche questo. Ridere con disprezzo del pensiero di persone che hanno dedicato la loro intera esistenza alla formulazione delle loro teorie. Autori sofferenti, talmente vivi da diventare folli. E’ un sacrilegio ridere così, il sapere non può restare al di fuori di chi lo acquisisce. Deve essere compreso e fatto proprio, interiorizzato, metabolizzato.
Solo così può davvero esser considerato conoscenza, altrimenti è sterile, destinato ad essere obliato in tempi relativamente brevi.
I ruoli, infine, sono rigidi e devono restare tali. Studente ed insegnante devono “giocare” nei rispettivi ruoli, nel rispetto reciproco e nel rispetto delle regole. La figura professionale deve essere scissa dal lato affettivo: l’amicizia con un insegnante può solo portare ad un peggioramento delle prestazioni in ambito scolastico.
Questo non significa che non si possa essere umani nel rapportarsi agli altri: solo non bisogna mai dimenticare le funzioni che le persone intorno a noi svolgono.
Nel frattempo l’interrogazione è quasi finita, siamo agli sgoccioli. L’insegnante di inglese, quasi riversa sul banco, formula le ultime domande. E’ stanchissima pure lei, mentre parla appoggiando una tempia alla mano destra, il gomito sul tavolo.
E’ umana. Troppo umana.
Quando rientriamo, gli occhi dell’interrogata sono gonfi di pianto.
Mi chiedo solo se quel pianto ha effettivamente senso, e da cosa sia provocato il dispiacere che la ragazza prova.
Delusione? Vergogna?
Pochi minuti più tardi rideva sguaiatamente, come prima.
(Continua)
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Aprile 14, 2008
Campagna elettorale conclusa, elezioni passate.
Mi sono presa la briga di dare un’occhiata ai programmi di Lega e PdL per quanto riguarda l’immigrazione, con risultati abbastanza interessanti.
Al di là degli assurdi provvedimenti previsti dal programma della Lega (analisi del DNA nel caso di ricongiungimenti familiari, ad esempio), di fatto inattuabili ed estremi, mi sento in obbligo di fare qualche precisazione in merito alla questione “immigrazione” in Italia.
Troppo spesso se ne parla senza essere mai venuti in contatto con stranieri, mossi da meri pregiudizi.
Bene.
Intanto un po’ di chiarezza sui termini:
- extracomunitario (sost.) è chi proviene da Paesi non appartenenti all’Unione Europea;
- clandestino (agg.) viene definito ciò che si fa in segreto, spec. in violazione di leggi, divieti e simili;
- immigrato (sost.) è chi si è stabilito in un Paese straniero o in un’altra regione della propria nazione;
- straniero (agg.) viene detto di ciò che è proprio di un Paese, di una nazione e sim. diversa dalla propria.
(Fonte: Vocabolario della lingua italiana “lo Zingarelli” 2003)
Tengo, a questo punto, a ricordare quali sono i paesi che fanno parte attualmente dell’Unione Europea.
1) Austria
2) Belgio
3) Bulgaria
4) Cipro
5) Danimarca
6) Estonia
7) Finlandia
8) Francia
9) Germania
10) Grecia
11) Irlanda
12) Italia
13) Lettonia
14) Lituania
15) Lussemburgo
16) Malta
17) Paesi Bassi
18) Polonia
19) Portogallo
20) Regno Unito
21) Repubblica ceca
22) Romania
23) Slovacchia
24) Slovenia
25) Spagna
26) Svezia
27) Ungheria
Questo significa che i cittadini dei paesi sopra citati sono anche cittadini europei - comunitari - inclusi rumeni e rom. Non mi dilungherò sulla storia dei ROM, che trovate qui. Faccio notare, però, che sono un popolo diverso da quello rumeno, sebbene esista una minoranza stanziata sul territorio della Romania, che gode di cittadinanza rumena.
Hanno una propria lingua (diversa dalla lingua rumena), diverse tradizioni, usi e costumi. Negli ultimi anni si è affermato persino un genere musicale (le cosiddette “manele”) tipico degli zingari.
Ad ogni modo, non bisogna mai generalizzare. Anche all’interno della minoranza, ci sono differenze sostanziali.
In alcune zone della Romania, dove gli zingari abbienti sono piuttosto affermati, non è raro vedere palazzi come questo, ma non mancano i lavoratori, gli operai, la gente semplice.
Normale.
Anche lì, del resto, si vedono donne con le trecce sporche e un neonato in braccio aggirarsi attorno ai semafori nella speranza di raggranellare un po’ di soldi. E forse si potrebbe parlare di vero razzismo, se si considera l’intolleranza di molti cittadini rumeni nei confronti degli zingari.
(Qualcuno aveva addirittura cominciato lo sterminio… è stato ucciso nel 1945.)
E’ legittimo lo sdegno dei rumeni immigrati regolarmente, con permesso o carta di soggiorno, quando vedono gli anni di faticoso lavoro per ottenere i documenti ed essere sempre in regola calpestati da orde di clandestini regolarizzati nel giro di pochi mesi grazie alle sanatorie.
Legittimo lo sdegno quando, alla TV, si parla di omicidi, furti, stupri ad opera di rumeni (nel 99% dei casi si tratta di zingari). Ancor più legittimo se due minuti più tardi si ricevono telefonate dai vicini: “Eh…? Hai visto cos’hanno fatto i rumeni… eh?”
Si arriva al ridicolo quando, in metropolitana o all’angolo della strada qualche bimbetto straccione chiede l’elemosina mischiando al tono melenso parolacce degne di uno scaricatore di porto. (Rispondergli nella stessa lingua e vedere la faccia sconvolta che fa davvero non ha prezzo!)
Un altro appunto importante: dopo la caduta della dittatura in Romania e l’apertura delle frontiere, molti sono emigrati sperando di guadagnare qualche cosa lavorando regolarmente. Il flusso migratorio si è intensificato negli ultimi anni, non è stata certo l’entrata della Romania nell’UE a determinarne un aumento significativo. Ha solo reso più semplice fare quello che già si faceva.
Quindi non banalizziamo, non generalizziamo, non parliamo di cose che non conosciamo.
E nel caso, un viaggio in Romania non sarebbe da scartare: ci sono dei posti davvero splendidi.
(E lo sapevate che a Ovidiu c’è la tomba di Ovidio?)
P.S. Lo sapete, vero, che i rumeni non sono slavi, ma latini?
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Aprile 8, 2008
Ovvero per gli studenti del liceo, almeno quelli che i 18 anni li hanno compiuti.
E’ vagamento bizzarro vedere gruppi di amici scindersi quando si parla di politica per poi ricomporsi come se niente fosse quando l’argomento è esaurito.
Si beve il caffè insieme la mattina per poi darsi dei “fascistoni” o “covi di bolscevichi” solo 30 minuti più tardi.
E’ risaputo che i giovani si interessano sempre di meno alla politica, e il trend generale è sottolineato anche dall’affluenza alle urne, diminuita considerevolmente negli ultimi decenni.
Avviene, tuttavia, uno strano fenomeno: quando si toccano argomenti che riguardano politica, ideologie, elezioni, la maggior parte dei giovani (parlo dei giovanissimi) entra nel ruolo e sostiene con fermezza le proprie idee. Perché “in realtà non me ne importa niente, ma è una questione di principio”.
Ma in questa maniera si rischia di pensare per ideali astratti, senza trovare soluzioni per mettere effettivamente in pratica provvedimenti sensati che possano migliorare la condizione attuale del paese, soprattutto se la “questione di principio” non tocca direttamente la vita del giovane. Ci si cala nel sogno del grande cambiamento, dell’ideale puro, senza misura nè moderazione.
E si litiga pesantemente con le stesse persone con cui il giorno dopo si ritorna a bere il caffè, come se niente fosse successo.
Qualche scuola ha organizzato degli incontri con rappresentanti dei diversi schieramenti per chiarire un po’ le idee dei giovani elettori e, forse, per conquistare qualche voto in più.
Ho avuto occasione di assistere ad uno di questi incontri proprio questa mattina, e ne sono uscita con le idee ancora più confuse di prima.
Al di là del fatto che i rappresentanti di PdL e Lega erano complessivamente 3, mentre per il PD di rappresentante ce n’era solo uno (viva la par condicio), ho sentito dei discorsi spudoratamente propagandistici. E’ stato quasi più divertente decifrare le battute taglienti che ogni tanto i rappresentanti si lanciavano, cercando allo stesso tempo di far apparire il proprio partito come il migliore. Se avessi visto quest’incontro senza alcun tipo di informazione riguardo a quello che è successo in passato e come è di fatto la situazione attuale, avrei senza dubbio pensato che la politica italiana è perfetta e che i politici italiani sono persone serissime ed onestissime che agiscono esclusivamente per il bene del paese.
Come se non bastasse, ognuno dei concetti espressi veniva ripreso e ribadito dai rappresentanti degli altri partiti, dando l’impressione che in fondo i programmi fossero tutto sommato identici.
Confondendo, quindi, ulteriormente le idee di chi le aveva già confuse.
Posizioni estreme, una platea schierata per la maggior parte a destra, una mattinata pesante e inutile: se si sceglie un’iniziativa di questo genere, tanto vale fare in modo di agevolare e chiarificare i concetti oscuri, non provocare ulteriore incertezza.
Ora non rimane che andare a leggere i programmi dei singoli partiti, sperare che i provvedimenti previsti vengano effettivamente attuati… ed andare a votare.
Ognuno in base alla propria coscienza ed ai propri ideali. Da mettere in pratica.
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Aprile 6, 2008
Potrebbe sembrare ossimorico, e invece “funziona”.
Nato come fenomeno di nicchia negli Stati Uniti, è stato portato in Italia da Lello Voce, che ha organizzato il primo Poetry Slam italiano nel 2001.
Da allora molte cose sono cambiate. L’idea è piaciuta, si è diffusa, in tanti hanno cominciato ad organizzarne, fino ad arrivare in alcuni casi al vero e proprio plagio.
Di che cosa si tratta?
E’ una competizione, una gara poetica svolta in un locale pubblico. Le regole sono abbastanza semplici: ogni poeta ha 3 minuti a disposizione per leggere un proprio testo senza musica, nè costumi, nè oggetti di scena. Semplicemente un microfono ed una poesia.
La votazione è effettuata da 5 giudici estratti a sorte tra il pubblico, i voti possono spaziare da 0 a 10, il punteggio più alto e quello più basso vengono eliminati, mentre gli altri vengono addizionati.
Semplice. E di grande successo, data la diffusione a macchia d’olio del fenomeno in tutta Italia. Negli ultimi mesi, nella zona di Milano, ce ne sono stati tantissimi.
Personalmente preferisco gli slam organizzati da La Scighera, circolo Arci in zona Bovisa. L’organizzazione è davvero ottima, e i risultati ne sono una prova evidente. Non saprei dire quante slam ho visto alla Scighera, ma sono state tutte molto ben fatte.
Anche il Cantiere, centro sociale in via Monte Rosa ne ha organizzati, in questo periodo. E’ particolare, forse un po’ scomodo per lo spazio destinato al pubblico un po’ ridotto. Ho avuto occasione di vederne due, di serate, una a dicembre 2007 ed una qualche giorno fa, agli inizi di aprile.
Serate molto piacevoli, del resto, anche e soprattutto per la compagnia e la selezione dei poeti.
Più unico che raro è stato l’evento organizzato al Teatro Binario 7 di Monza in collaborazione con Lello Voce, ospite d’onore della serata ed Emcee della Slam. Grazie al progetto PoesiaPresente, operante sul territorio di Monza e Brianza, è stato possibile portare un fenomeno di nicchia e generalmente underground sul palco di un teatro.
Platea piena, stranamente.
O forse no, dato che ormai questo genere di evento sta cominciando ad essere studiato anche nelle università.
E probabilmente si diffonderà sempre più, coinvolgendo un pubblico sempre più ampio. Sperando che assieme al gusto di sentire la poesia il pubblico recuperi anche la capacità critica, quella che ha perso negli ultimi decenni. C’è un confine sottilissimo tra avanguardia e qualità scadente, ma gli spettatori del ‘900 hanno imparato a sottomettere il proprio giudizio a censura pensando di non essere in grado di capire ciò che vedevano o sentivano.
Bisogna recuperare il senso critico, assieme al coraggio di dire: “Quest’opera non mi piace.”
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