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Bentornato a casa, Binyam!

Febbraio 25, 2009

E’ finalmente rientrato in Gran Bretagna Binyam Mohamed, il detenuto di Guantánamo di cui si parlava un po’ di tempo fa. Era stato arrestato nel 2002  in Pakistan, ventitreenne. Ora ha trent’anni (30!) e cicatrici fisiche e psichiche difficili (se non impossibili) da cancellare.

A voi l’illuminante intervista al suo avvocato, Yvonne Bradley.

Questa, invece, è la dichiarazione rilasciata da Binyam al suo arrivo (traduzione della sottoscritta):

Spero capirete che, dopo tutto quel che ho passato, non sono nè fisicamente nè mentalmente in grado di affrontare i media al momento del mio ritorno in Gran Bretagna. Per favore perdonatemi se rilascio solo una semplice dichiarazione attraverso il mio avvocato. Spero di essere in grado di far meglio nei giorni a venire, quando sarò sulla via del recupero.

Ho vissuto un’esperienza che non ho mai pensato di affrontare, nemmeno nei miei incubi più cupi. Prima di questo strazio, “tortura” era una parola astratta per me. Non avrei mai potuto immaginare che ne sarei stato vittima. E’ ancora difficile per me credere che sono stato rapito, trasportato da un paese all’altro e torturato con metodi medievali – il tutto organizzato dal governo degli Stati Uniti.

binyam_mohamed_30348tSebbene voglia recuperare e lasciare tutto quanto il più lontano possibile nel passato, so di avere un obbligo verso le persone che sono rimaste ancora in quelle camere di tortura. La mia stessa disperazione è stata maggiore quando pensavo che tutti mi avevano abbandonato. Ho il dovere di assicurarmi che nessun altro sarà dimenticato.

Sono grato del fatto che alla fine non sono stato semplicemente abbandonato al mio destino. Sono grato ai miei avvocati, allo staff di Reprieve e al Lt. Col. Yvonne Bradley, che ha lottato per la mia libertà. Sono grato ai membri del British Foreign Office che mi hanno scritto quando ero a Guantánamo Bay per tenermi su il morale, così come ai membri dei media che hanno cercato di assicurarsi che il mondo sapesse che cosa stava succedendo. So che non sarei a casa in Gran Bretagna ora se non fosse stato per l’aiuto di tutti. A dire il vero, potrei addirittura non esser vivo.

Vorrei poter dire che è tutto finito, ma non è così. Ci sono ancora 241 prigionieri musulmani a Guantánamo. Molti sono stati assolti persino dalle forze armate statunitensi, eppure non possono andare da nessuna parte in quanto subiscono persecuzioni. Per esempio Ahmed bel Bacha viveva qui in Gran Bretagna ed ha disperatamente bisogno di una casa. E poi ci sono migliaia di altri prigionieri trattenuti dagli US in altre parti del mondo, senza accuse e senza poter entrare in contatto con le loro famiglie.

Devo dire, più con tristezza che con rabbia, che molti sono stati complici nei miei orrori negli ultimi sette anni. Per me il momento peggiore è stato quando in Marocco ho realizzato che le persone che mi torturavano ricevevano domande e materiale dall’intelligence britannica. Avevo incontrato membri dell’intelligence britannica in Pakistan. Ero stato aperto con loro. Eppure ho realizzato soltanto in seguito che le stesse persone che speravo mi avrebbero salvato si erano alleate con i miei persecutori.

Non chiedo vendetta, ma solo che la verità sia resa nota, in modo che nessuno in futuro debba sopportare quello che ho sopportato io. Grazie.

Bentornato a casa, Binyam!

Unsubscribe.

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The Swingle Singers: perfezione a cappella

Febbraio 23, 2009

Il 21 febbraio 2009 si è tenuto al Conservatorio di Torino il concerto del gruppo a cappella The Swingle Singers.

La storia del gruppo comincia nel lontano 1962 a Parigi, con Ward Swingle, Anne Germain, Jeanette Baucomont, Jean Cussac e Christiane Legrand. Ora il gruppo è composto da otto elementi: due soprani (Joanna Goldsmith e Sara Brimer), due mezzosoprani (Clare Wheeler e Lucy Bailey), due tenori (Richard Eteson e Christopher Jay) e due bassi (Kevin Fox e Tobias Hug). Il gruppo riscuote anche oggi un grande successo in tutto il mondo sebbene nessuno di questi facesse parte del gruppo originario: dimostrazione della continua ricerca dell’eccellenza che ha caratterizzato il loro percorso musicale fin dai primi anni.
Gli Swingle Singers sono specializzati nell’interpretazione di brani a cappella di vari generi musicali, soprattutto di musica classica. E’ famosa la loro versione dell’Aria sulla quarta corda di Bach, diventata la sigla del programma televisivo Superquark di Piero Angela.

Il concerto del 21 febbraio al Conservatorio di Torino è stato semplicemente un successo. A cominciare dal tutto esaurito e finendo con il secondo bis*, tutta la serata è stata un inno alla perfezione.
Sono stati eseguiti brani di svariati generi musicali, un perfetto esempio della singolare contaminazione tra generi che gli “Swingle Singers” propongono. Da Purcell a Piazzolla, da Bach a Chopin, da Björk a Sting: non solo una scelta di repertorio audace, ma anche una tecnica impeccabile ed una straordinaria pulizia delle voci. Possono sembrare un’orchestra sinfonica, un coro oppure un complesso jazz a seconda del brano interpretato. Il tutto con una levità e precisione fuori dal comune.
Spetta a Hugh Walker, ingegnere del suono del gruppo, garantire la resa acustica in concerto. Non è certamente facile con otto microfoni sul palco, il rientro in cuffia per ognuno, l’amplificazione, i riverberi e le casse a pochi passi di distanza dai cantanti.

Riporto un frammento dell’intervista di Marco Basso a Kevin Fox:
In tanti anni di attività cambiano i cantanti, ma non il senso artistico degli Swingle
“La nostra filosofia non è mai cambiata: usare la voce in modo strumentale e fondere stili differenti di musica per creare qualcosa di nuovo. Questi princìpi ci hanno permesso di avere forza, energia e idee musicali durature, cosicché il gruppo, dopo quarantasei anni di attività. sta ancora andando forte. Naturalmente i tempi, i cantanti, le tecnologie, il repertorio sono cambiati, ma questo è positivo oltre che necessario.”

“Perché avete scelto la forma del canto a cappella?”
“La voce è il più immediato di tutti gli strumenti: fra esecutore e ascoltatore non c’è altro. E’ anche estremamente versatile: non ci sono limiti a quanto si possa fare con la voce. Così amiamo forzarne i confini ed esplorarne le possibilità.”

Non sono mancati, durante la serata, frizzanti interventi da parte dei cantanti, brevi intermezzi in italiano che hanno letteralmente deliziato il pubblico, nonché dimostrazioni delle capacità vocali di Kevin Fox e Tobias Hug.

Gli Swingle Singers non sono solo degli artisti di fama internazionale; sono anche e soprattutto delle persone splendide. Quel che più mi ha colpito (più del concerto, più della tecnica e della loro perfezione vocale) è stato quel Happy Birthday cantato a mezzanotte per telefono ad un amico.
Non posso fare altro che ringraziarli per la loro disponibilità e per la loro bellissima musica.
Di una gentilezza d’altri tempi, pacati e precisi; del resto la musica che fanno richiede appunto questo: una perfetta armonia.

Si ringrazia l’Associazione Stefano Tempia per aver reso possibile questa magnifica serata.
La foto qui sopra mi ritrae insieme al gruppo dopo il concerto.
Più foto sono disponibili qui.

*Il secondo bis è stato “Bella ciao”

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Dei test d’ammissione ovvero “perché” e soprattutto “come”

Dicembre 26, 2008

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Che abbia scelto è già evidente, data la mia assenza in questi ultimi mesi. Mea culpa, mea maxima culpa ( ma anche e soprattutto delle otto ore al giorno a frequenza obbligatoria).

Approdata davvero alla fine della corsa, naufraga ed indecisa tra le varie strade che mi si aprivano davanti,  piuttosto delusa dall’esito dei miei esami, ho passato un’estate intrisa di incertezze.  Un giorno mi sono trovata davanti i dépliant di presentazione di varie facoltà: la scelta è stata fatta dividendo in due gruppi i suddetti dépliant ed attuando una ulteriore selezione sulle tre possibili varianti. Una scena che ha fatto ridere qualcuno, stupire altri e addirittura scandalizzare i sostenitori di una “scelta ragionata”. Ho scattato la foto pensando che non ero l’unica in quella situazione, che prima o poi tutto mi sarebbe stato chiaro.
In effetti, cristallino. Mi sono iscritta ai test d’ingresso per Psicologia sia in Università Cattolica che in San Raffaele nell’ultimo giorno in cui le iscrizioni erano aperte. Dall’Ungheria.

(Il resto del post sarà interessante per chi vuol fare qualche test d’ingresso e vorebbe sapere come funziona. Oppure per chi è curioso di sapere come me la sono cavata.)

Come è andata in Cattolica
(al presente per motivi stilistici)

Il giorno 5 settembre 2008, dunque, munita solo di una penna e della speranza di essere ammessa, mi presento alla sede di Largo Gemelli 1, all’alba delle 8:30 a.m., in anticipo di un’ora rispetto all’orario di inizio del test. A quel punto, da non pratica, cerco un cartello di indicazioni. E ne trovo ben tre: “Test d’ammissione Psicologia” e tre diverse aule. Smarrita, mi rivolgo al signore in portineria con un “Mi scusi, io mi sono iscritta al test d’ammissione per psicologia e vorrei sapere in quale aula, delle tre segnalate su quei cartelli, devo andare.”
Risposta: “Se Lei si è iscritta, signorina, dovrebbe già sapere in quale aula deve andare.”
Per un momento ho l’impressione che stia scherzando, poi mi rendo conto che mi sta guardando in cagnesco. Per un altro momento mi balena in mente l’immagine di me che effettuo l’iscrizione dall’Ungheria, chi sa se avrò scaricato proprio tutti i documenti.
“Ha pagato la tassa, Lei?”
“Certo che l’ho pagata!”
“Mi faccia vedere i documenti…”
In breve guarda, trova il foglio che certificava l’avvenuto pagamento… ma ovviamente nessuna indicazione sull’aula. Con un “cominciamo bene” in mente, lo guardo sfogliare una lista infinita di nomi per trovare (finalmente…) il mio ed indicarmi (finalmente!) l’aula giusta: Sant’Agostino.
Mentre seguo i cartelli per Sant’Agostino penso alle coincidenze, al fatto che Sant’Agostino fosse filosofo oltre che religioso, al fatto che abbia scritto le Confessioni e che la fermata della metropolitana Sant’Agostino sia a due passi… ed al fatto che debba fare il test d’ammissione in un’aula che si chiama proprio Sant’Agostino.

Frotte di studenti agitatissimi, formalità, firma per la presenza, un crocifisso gigantesco appeso sulla parete dietro la cattedra, penne, domande, ansia. Infine si inizia. Con un’ora di ritardo rispetto all’orario comunicato.
Il test è diviso in due parti, prima bisogna rispondere alle domande della prima, consegna, breve intervallo, poi la seconda. Le domande sono abbastanza semplici, decisamente più semplici rispetto ai quesiti proposti da libri come Hoepli Test o altri. Unico problema è che il tempo stringe. Ben quattro quesiti sono costituiti da testi lunghi quanto un foglio A4 (giustezza 12), uno è un gioco di logica in stile “il signor verdi abita al settimo piano, il signor rossi due piani sotto, dove abita il signor bianchi che è due piani sopra al signor neri?”.
Umanamente impossibile rispondere a tutte le domande semplicemente perché i minuti a disposizione sono 70, i quesiti 140. Nessun punto in meno per le risposte sbagliate.
Il sistema per assicurare l’anonimato dei test è piuttosto primitivo. Una striscia di carta recante nome e cognome scritti dal candidato viene sigillata dal candidato stesso in una busta. La busta in questione deve essere inserita in una busta più grande, contenente il test vero e proprio.
Alla fine si scopre che c’era stato un guasto nel sistema e l’aula era indicata soltanto su una parte delle ricevute di avvenuto pagamento, ergo la scena capitatami al mattino non era assolutamente il risultato di una mia svista.
Con un altro “cominciamo bene” (e sfinita) mi avvio verso il San Raffaele.

Come è andata in San Raffaele
(sempre al presente, sempre per motivi stilistici)

Se sono riuscita ad arrivare in tempo è solo grazie ad Elena, anche lei candidata al test d’ingresso sia in Cattolica che in UniSR (e che non ringrazierò mai abbastanza).
Qui il tutto si svolge nell’aula magna, molto sobria. Ad ogni candidato vengono consegnati: il foglio delle risposte, il foglio con le informazioni personali, due adesivi con codice a barre, una busta.
Tutte le informazioni sono già precompilate, basta staccare il primo adesivo, incollarlo sul foglio identificativo e sigillarlo nella busta. L’altro adesivo va posizionato sul foglio delle risposte. Qualcuno passa a ritirare le buste, quindi vengono consegnati i test. 100 domande, 120 minuti. -0,5 punti per ogni risposta scorretta.
I quesiti sono tutti a risposta multipla, di difficoltà diverse (l’unica che ricordo chiaramente è “Perché sulla Terra ci sono le stagioni?”); gli argomenti variano dalla matematica alla biologia alle scienze naturali, senza far mancare domande di logica (perché i paracadutisti piegano le gambe prima di atterrare?).

Dove son finita e perché?
(non più al presente)

I risultati per il San Raffaele vennero pubblicati la mattina del giorno 8 settembre (una gentilissima segretaria mi ha detto, quella mattina, che avrebbe messo il tutto online a momenti). Ogni candidato aveva ricevuto un codice con cui accedere alla graduatoria e controllare la propria posizione. La conferma per l’iscrizione doveva essere inviata da quella stessa pagina entro e non oltre le ore 12:00 p.m. del giorno 10 settembre. I risultati per la Cattolica sarebbero stati pubblicati il giorno 10. Per i coraggiosi, questa è la conversazione con la segretaria, tenutasi appunto la mattina del giorno 8 settembre:
“Università Cattolica del Sacro Cuore, etc, etc, etc
“Pronto, buon giorno, ho fatto il test d’ammissione alla facoltà di Psicologia venerdì 5 e vorrei sapere quando verranno pubblicati i risultati.”
“Beh, signorina, se Lei ha fatto il test dovrebbe saperlo quando verranno pubblicati… non gliel’hanno detto al test?”
“Si, hanno detto il 10, ma vorrei sapere l’orario…”
“Entro le 16:00″

Ora, essendo stata ammessa in San Raffaele, dovendo confermare l’iscrizione entro le 12:00 di mercoledì, non conoscendo l’esito dell’esame in Cattolica e considerando anche le poche ma significative interazioni con il personale che vi lavora, ho fatto la mia scelta.
Mi sono immatricolata venerdì 12 settembre (sì, proprio quel venerdì 12 in cui cominciava la BlogFest a Riva del Garda) all’Università Vita e Salute San Raffaele.

Poi ho saputo di essere stata ammessa anche in Cattolica.
Ah, a proposito… è normale che tutti questi dati sensibili siano disponibili a chiunque?

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E-books, E-book readers, E-readers

Dicembre 21, 2008

Parlavasi (giustamente) di libri, al LitCamp di Riva del Garda.  Non solo (naturalmente) di libri, ma anche dei problemi attuali dell’editoria, della crisi, delle vendite scarse, a meno che non si tratti dell’ultimo di Moccia et similia.
Volendo fare un paragone filosofeggiante, il “motore immobile” per quanto riguarda lo scarso interesse nei confronti di una cultura vasta (con le dovute riserve, ognuno ha i propri interessi) sta a monte: non è certo una questione economica, date le ingenti somme che i clienti sarebbero disposti ad erogare per prodotti di tutt’altro genere (rimanendo, naturalmente, nell’ambito dei beni “superflui”).

Ritornando all’aspetto economico, almeno dal punto di vista delle case editrici, fare del classico prodotto libro cartaceo un formato elettronico ha uno svantaggio notevole: il rischio di renderlo oggetto di pirateria, scambi illeciti facilitati dalla possibilità di produrre infinite copie partendo da una sola. Il formato cartaceo è protettivo in questo senso: è infinitamente più economico e facile copiare un file piuttosto che fotocopiare un intero libro.
Non solo: ci sono anche i costi per quanto riguarda i diritti d’autore (la solita SIAE), il controllo dei quali sfuggirebbe totalmente dalle mani della casa editrice; persino la possibilità di far profitti su spese di stampa e spedizione verrebbe meno.
Risulta comprensibile, a questo punto, la reticenza delle grandi case editrici a rendere disponibile il formato elettronico (.doc o .pdf) dei libri pubblicati (anche se l’operazione in sé sarebbe semplicissima, dato che ogni libro, prima di essere stampato, esiste già in formato elettronico). In tal caso non sarebbe necessario attuare il percorso a ritroso (copiare a mano o usando scanner), cosa che qualche anima pia si sta accingendo a fare.

E’ chiaro che domanda e offerta trovano il loro punto di equilibrio nel momento in cui ci sono entrambe, e in questo particolare momento il pubblico italiano sembra quantomeno impreparato per un prodotto come l’ebook reader. Si parla sempre della media della popolazione (immaginatela come una gaussiana, se volete), non di singoli individui. Ecco perché, attualmente, il lettore medio non sente la necessità di possedere uno strumento che gli permetta di portare con sé un gran numero di libri. Potremmo estendere il dibattito e chiederci chi mai possa avere bisogno di 80GB di musica sempre a portata, ma sarebbe superfluo.
Come testimonia anche il video, la media (si parla sempre della media e non dei singoli, è importante ricordarlo) non riesce a conciliare l’utilità dello strumento con il suo prezzo. Coloro che realmente trovano interessante ed utile averlo sono (generalmente, anche se siamo all’estemo della gaussiana) i lettori più attenti. Ed è proprio qui che la mancata diffusione del formato elettronico si ritorce contro l’utente: potrà quel lettore trovare la stessa edizione e la stessa traduzione che trova senza alcuna difficoltà in una libreria? Molto probabilmente no.

Una possibile soluzione sarebbe l’invenzione di un nuovo formato che mantenga le caratteristiche di versatilità che rendono appetibile il suo utilizzo su un supporto elettronico (la ricerca di parole chiave in primis), ma che riesca a tutelare i diritti delle case editrici e degli autori stessi. E’ solo un compromesso, in realtà, ma permetterebbe di avere una serie di vantaggi sulla distribuzione del prodotto.
I veri feticisti della carta (e mi metto nel numero) non rinunceranno mai al libro tradizionalmente inteso, ma un’apertura mentale e di mercato verso questo nuovo modo di intendere la lettura non è da scartare a priori. Inoltre il prezzo sarà certamente più basso, dato che stampa e distribuzione sul territorio non saranno più necessarie, ergo i costi relativi verranno tagliati.

Si stanno facendo dei passi avanti con la filosofia del “print on demand” tipica di servizi come Lulu.com, ma rimangono tagliati fuori gli autori trattati dalle grandi case editrici.
Al LitCamp ho avuto modo di chiacchierare con Eleonora Gandini di Lulu, la quale evidenziava che i libri di maggior successo sono generalmente quelli legati all’imprenditoria, alle aziende e al lavoro (i “manuali per la sopravvivenza” in azienda, per intenderci).

Finché la richiesta rimarrà bassa e i consumatori si accontenteranno delle edizioni in inglese, molto poco sarà fatto per quella fetta di utenti che vorrebbero (ma che a questo punto non possono) avere l’equivalente italiano. Prima di tutto, quindi, bisogna educare il pubblico, altrimenti si rimarrà allo stesso punto.
Sempre diversi passi indietro rispetto agli altri.

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Social links (d)alla BlogFest

Settembre 26, 2008

Mostruoso ritardo, anche stavolta, nello scrivere dell’ultimo evento a cui ho partecipato, la BlogFest a Riva del Garda.

Di tutto quel che è accaduto a Riva del Garda ne hanno scritto per esteso già molti. Ha piovuto. No, dire “ha piovuto” sarebbe un eufemismo, ma tanto vale. La pioggia ha cristallizzato le presenze ai vari camp, rendendo praticamente impossibile lo scambio di partecipanti tra una location e l’altra. Le diverse piazze non erano teoricamente lontane: il maltempo ha ingigantito le distanze.
Ci si è rintanati all’asciutto, dunque, e si è guardato con fare circospetto il cielo ogni volta che le raffiche han dato qualche minuto di tregua.

Per procedere con ordine, la sera stessa del mio arrivo a Riva (venerdì 12) ho incontrato quello che sarebbe stato il mio Virgilio: Oskar NRK, che ringrazio di cuore per avermi aiutato a trovare un albergo e per non avermi lasciata appiedata. Nello spirito del last minute selvaggio, non avevo prenotato. Ci sono state varie peripezie anche nel trovare una stanza, data la grande affluenza. Qualche screzio con la signora in reception, qualche frase indignata e una stanza libera salta fuori. Doppia. A uso singolo.

L’affettuosamente rinominato MCC Camp, a casa di Marco Camisani Calzolari, è stato l’occasione di incontro più riuscita di tutte e tre le giornate. Ho conosciuto, finalmente di persona, MCC; ho rivisto i frizzanti Guido Catalano ed Arsenio Bravuomo, poeti performer torinesi che ho il piacere di conoscere da tempo; ho rivisto Dania e Daniele e con l’occasione un Maxime distribuente i suoi sticker moo, entusiasta di scoprire che ero davvero SedNonSatiata in carne ed ossa (e che ringrazio di cuore); ho conosciuto Tiziano Tassi e Giovanni Mazzoleni, con cui ho partecipato al LitCamp il giorno dopo.

Sabato 13, al riparo dalla pioggia battente, al Palazzo dei Congressi Sala 100, si è svolto il LitCamp, dove ho avuto il piacere di conoscere e far due chiacchiere molto fruttuose con Eleonora Gandini, di Lulu.com. Perla del camp, l’intervento di Kurai. Veramente bello, assieme a quello presentato all’AdvCamp. Non sono mancate le gentilissime RedPill e Mescaline: peccato per il naufragio del gioco da loro organizzato, Il Resto del Criceto, peraltro unica attività ludica prevista per le tre giornate dell’evento. Altro post, più dettagliato ed approfondito per quanto riguarda il LitCamp molto prossimamente.

Non ho partecipato all’assegnazione dei premi Macchianera, ma nella bolgia di blogger presenti ho finalmente incrociato Linda (nemmeno io dimenticherò l’espressione gaudente sul suo viso quando ci siamo riconosciute!), Mariela DeMarchi, Semerssuaq, Luca Mondini ed Elisa, Sonounprecario, le fantastiche Silvia e Anna (GGD di lunga data), la crew delle GGD, Fabrizio Sinopoli, FairyVisions, Fedmor, HoldMe, LaFraaaa, la Fantastica Triade Perugina e persino un grandioso PocaCola che si è presentato con un: “Noi siamo amichetti su FaceBook.”
Croce e delizia dei social network.
Ho organizzato, con estremo piacere, una cena di badge blu, date le circostanze, con molti degli amici presenti. Sono riuscita a mettere assieme un gruppo estremamente vivace, adeguatamente animato da Clockwise e Fedmor. Le prove del delirio sono disseminate su Flickr. Birra e DJ Set hanno chiuso quella che è stata una giornata più che notevole: orgogliosa dell’impresa organizzativa.

Ultima, ma non da ultima, l’ultima giornata di BlogFest, con il suo AdvCamp, in occasione del quale Bolso mi ha scattato due bellissime foto di cui lo ringrazio di cuore.

Con questo finisce il post relativo alla BlogFest. Rimane aperto, naturalmente. Chiedo venia per le dimenticanze. Sono ben consapevole che ce ne siano. I commenti sono qui per questo.

Un ringraziamento a tutti! E prometto solennemente di presentarmi con le moo., la prossima volta.

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Sciovinismo e xenofobia, fenomeni storicamente prematuri

Agosto 20, 2008

Per pura curiosita’, ho provato a cercare “zingari rumeni” in Google. Quello che ho trovato mi ha stupito, sebbene sapessi che il clima non fosse proriamente tranquillo.
I primi tre risultati sono stati “Paura degli zingari?”, il secondo “Zingari, Romeni, non li vogliamo più… Anzi nò…”, mentre il terzo rimanda a una domanda su Yahoo Answers: “Perchè i rumeni nascono zingari??????????? – Yahoo! Answers”.
Credo che la signorina che risponde
“non è vero… i rumeni sono una cosa… i zingari non si chiamano rumeni ma rom
quindi sono due cose differenti
ti sembrano uguali perchè anno lo stesso tipo di pelle
tutto qua!!!”

sarebbe altrettanto incredula nell’apprendere che i rumeni hanno la carnagione chiara quanto lo sarebbe se sapesse che in Sudafrica ci sono persone dalla pelle bianca.

Ad ogni modo ha ragione, rom e rumeni sono due concetti differenti: peccato che sia tanto difficile farlo capire ai paesi occidentali. Ma non fa niente, del resto l’Occidente e’ alle prese con il problema “zingari” (che non chiamero’ mai piu’ “rom”) da pochi anni e generalmente l’atteggiamento nei loro confronti e’ stato oggetto di controversie nei popoli ospitanti.

In Romania, tuttavia, gli attriti etnici sono sempre esistiti, anche se spesso i rumeni hanno lasciato correre, animati da uno strano spirito umanitario: “Lasciamoli vivere, anche loro sono creature di Dio”.
Ma le situazioni cambiano e il periodo di crisi nera per la minoranza etnica piu’ fastidiosa del paese (gia’, perche’ ci sono anche minoranze tedesche, magiare, italiane…) e’ stato quello della Seconda Guerra Mondiale, quando Ion Antonescu fece sterminare circa 11.000 zingari.
Sebbene il dopoguerra abbia appianato la situazione, gli episodi di intolleranza non sono mancati. Parecchi anni fa una signorina francese in visita da conoscenti insegnanti rumeni pose la domanda: “Ma che cosa avete voi rumeni contro gli zingari?”
La risposta, di rara lungimiranza, e’ stata: “Signorina, che cosa sa lei degli zingari? Lo vedrete anche voi chi sono e di che pasta sono fatti.”
Forse anche per questo i rumeni vennero accusati di sciovinismo. Ma provate ad immaginare come si senta un critico letterario rumeno, plurilaureato, brillante pedagogo ed insegnante di letteratura quando si vede equiparato ad uno zingaro che nemmeno parla la sua lingua.
Bisogna rispolverare la differenza tra il concetto di “etnia” e quello di “popolo”. Diamo una mano, dunque, a chi ha qualche difficolta’ nel comprenderla.

Etnia = “Un gruppo etnico o etnia è una popolazione di esseri umani i cui membri si identificano in un comune ramo genealogico o in una stessa stirpe e differenziandosi dagli altri come un gruppo distinto. Gli individui hanno spesso in comune cultura, lingua, religione o anche caratteristiche fisiche dovute all’adattamento al territorio in cui il gruppo vive.”

Popolo = “Popolo può definire, in generale, un gruppo specifico di esseri umani accomunati da un sentimento durevole di appartenenza, possedendo o meno caratteristiche comuni quali lingua, cultura, religione o nazionalità (o etnia).”

Il popolo, dunque, e’ l’espressione pragmatica del superamento delle differenze etniche, caratterizzato dal sentimento di appartenenza. Ma questo esclude di fatto gli zingari dal popolo rumeno, che li vede come estranei.

Ma si tratta di un problema di antica data, le cui origini si perdono nella storia. Lo stesso termine “rom”, che mai piu’ usero’ per definire gli zingari e che essi stessi pretendono significhi “uomo” nella loro lingua, pare sia stato coniato durante un convegno internazionale degli zingari. E’ il termine con cui si sono autodefiniti, un termine che sia la popolazione rumena che quella romana avrebbe dovuto contestare. Ma non lo fecero, e questo si rivelo’ un grave errore. Ora, per chi non conosce la storia, rom e’ un’abbreviazione di romeno.
E proprio a causa di questo errore i passaporti dei cittadini sono stati cambiati: la cittadinanza non e’ piu’ indicata con la sigla ROM, bensi ROU (di Roumanie).

Non parlero’ troppo degli zingari usurai che entrano nelle case dei debitori pestando e violentando, non parlero’ dei mendicanti, dei ladri o di quei tre che gli agenti di polizia hanno fatto allontanare da me in tribunale.
Ci sono, come in ogni comunita’, anche coloro che lavorano e rispettano la legge. Ci sono gruppi che fabbricano diversi articoli artigianali di ottima qualita’. Anzi.
I veri zingari sembra siano particolarmente onesti e generosi. (Un aneddoto di famiglia vuole che uno dei miei nonni fosse chiamato a fare da padrino a un bimbo di zingari, e per questo sia stato onorato e molto ricompensato. Ma erano altri tempi.)

Oggi sono i piu’ temuti ed evitati dalla comunita’ rumena e non e’ possibile espellerli dal paese.
La Francia e’ stata un vero impero, colonizzando diverse aree dell’Africa. Ora alcuni abitanti di quelle regioni sono cittadini francesi: ebbene loro li hanno voluti, che ora se li tengano.
Ma nessuno ha chiamato gli zingari in Romania. Eppure bisogna tenerseli.

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Delizie legali: la mia visita al Tribunale di Bacau

Agosto 19, 2008

Mi sono proposta di vedere questa citta’ con occhi diversi, ragion per cui ho passato una mattinata nei corridoi e nelle aule affollate del tribunale. Bisogna notare che la struttura e’ divisa in due edifici, quello centrale, piu’ vecchio, e la nuova ala ristrutturata pochi anni fa.
Inutile dire quanto sia decrepita la vecchia sede, in qual misura si respiri aria di dittatura comunista ed uffici pubblici in perfetto stile sovietico.
I corridoi, le ampie scalinate, il sistema di illuminazione obsoleto, i minuscoli “uffici” degli avvocati, ogni angolo, ogni porta ed ogni parete hanno esattamente l’aspetto che ci si potrebbe aspettare da una struttura pubblica dell’Europa dell’est. Ed e’ proprio li’ che ho passato la prima parte della mattinata, in un’aula affollata dove venivano analizzati i casi di infrazioni minori, delinquenti comuni.
“Stamattina ci sono gli arrestati.” Peccato che sia periodo di vacanza, quindi tutti i casi sono stati rinviati a settembre, quando testimoni ed avvocati della difesa saranno tornati dalle ferie.
L’aula era gremita di gente, soprattutto zingari e contadini: nessuno va alle udienze solo per guardare, il che ha reso la mia presenza piuttosto inusuale e bizzarra. Tanto inusuale che gli agenti di turno hanno fatto alzare ed allontanare i tre uomini, evidentemente rom, che si erano seduti accanto a me. Dapprima si sono opposti alla richiesta, ma la minaccia di chiamare i gendarmi per portarli via ha avuto l’effetto di un’ubbidienza immediata.
Conclusa quest’udienza, dunque, sono passata nell’ala nuova, dove si trova anche la Corte d’Appello, in totale contrasto architettonico con l’altro edificio. Marmo e legno, stile occidentale sobrio ed elegante. Niente a che fare con la costruzione vicina.
E’ piuttosto bizzarro che in una struttura del genere si senta il parlare difficile dei contadini, le lamentele per il danneggiamento di alberi, percosse e cosi’ via. Il caso successivo era di omicidio, ma l’imputato era deceduto, quindi il giudice e’ passato al terzo e ultimo della giornata, lo stupro di una bambina.
A causa dell’eta’ della parte danneggiata e della natura dell’infrazione, il seguito dell’udienza e’ stato dichiarato segreto e l’aula e’ stata sgomberata.
E’ evidente qui, piu’ che in altre occasioni, l’abisso tra chi risiede in citta’ ed i contadini. Questi ultimi, privi di preparazione in qualsiasi ambito, entrano in contatto con la giustizia e l’organizzazione pubblica timidamente. Sono quasi sottomessi, non capiscono e spesso nemmeno si fidano degli organi pubblici.
D’altra parte, i funzionari sono oberati di lavoro, costretti a gestire casi a dir poco ridicoli, a districarsi nella scrittura incomprensibile dei vecchi e nelle loro testimonianze contorte. Per non parlare della corruzione.
Una breve chiacchierata con un avvocato mi ha chiarito il “modo in cui funzionano le cose”. Un esempio per tutti, un esperto che avrebbe dovuto fare una perizia e recuperare dei documenti da una grande azienda, documenti che servivano per dimostrare il diritto di un ex dipendente a un rimborso in denaro da parte dell’azienda stessa.
Ma i documenti sono “spariti” e “l’esperto” si rifiuta di richiederli all’azienda, per qualche (“strano”?!) motivo.
Ho anche imparato che il metodo piu’ efficace per velocizzare l’emissione di un documento e’ quello di avvolgere nel modulo di richiesta un pacchetto di caffe’ e qualche banconota.
Nulla di illegale, solo “cortesie”.
Perche’ cosi’ funziona. E’ semplicemente questione di mentalita’, cose che non possono cambiare dall’oggi al domani solo perche’ la Romania e’ entrata nell’UE. Ci vogliono molti anni per uniformare il sentire comune, per eliminare la necessita’ di avere conoscenze per poter difendere i propri diritti.
Ci sono molti avvocati giovani nel tribunale di Bacau, il che e’ un gran bene. Ma allo stesso tempo quelle vecchie generazioni che hanno vissuto tutta la vita sotto dittatura, che ora si trovano in una societa’ diversa e che cambia rapidamente non riescono ad interagire in maniera positiva con il presente. Inoltre e’ enorme il divario tra chi e’ andato all’estero e chi e’ rimasto: il modo di risolvere problemi, il modo di vivere, persino il modo di costruire abitazioni. Bacau e’ diventata un miscuglio di stili, tra le case in vecchio stile e le ville moderne, le sedi pubbliche antecedenti la rivoluzione dell’89 ed i grattacieli in acciaio e vetro.
Chissa’ cosa porteranno le prossime generazioni ed il futuro? Per ora l’unica cosa certa e’ che l’eterogeneita’ nel livello culturale, economico e sociale della popolazione rende il paese difficile da inquadrare in schemi rigidi, persino difficile da comprendere.
Soprattutto di questi tempi, in cui in Italia si e’ ad un passo dalla caccia all’uomo. Al rumeno, naturalmente.

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Breve aggiornamento estivo

Agosto 16, 2008

Mi accorgo con orrore che siamo gia’ al 16 di agosto e non sono ancora riuscita a mettere assieme il materiale che avrei voluto/dovuto portare con me da questo viaggio.

Il viaggio e’ stato a dir poco masochista, tra circa 14 ore di macchina e 13 di treno, uno di quei vecchi treni che erano cosi’ quando io ero una bambina. Erano cosi’ anche quando mia madre era una bambina, e molto probabilmente anche quando mia nonna era giovane. Certe cose non cambiano mai.
Solo i treni Intercity e Sageata albastra (freccia blu) arrivano agli standard occidentali.

Ho scoperto, rovistando nella vecchia libreria di casa, uno scrittore spettacolare: Léo Taxil. Ho letto The Amusing Bible, accompagnandola ovviamente a grasse risate. Non sono riuscita a trovare una traduzione italiana dell’opera, ma nel caso qualcuno sapesse dove si puo’ reperire una copia, per favore mi contatti.

Nel frattempo mi chiedo come faro’ a tornare in Italia, faccio foto (quella che vedete qui sopra e’ stata fatta solo poche ore fa, nel centro di Bacau), cerco di sopravvivere a questa vecchia malefica citta’ e tento di riposare prima di rientrare per il test d’ingresso.

A presto con qualche post sullo scandalo della casa di Vasile Alecsandri, pratiche religiose da Medio Evo, superstizioni, e forse qualche motivo per cui questo paese si trova ancora al livello al quale si trova.

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Bizzarrìe legali e le mie impronte in Questura

Giugno 30, 2008

Leggo in questi giorni del polverone sollevato dalla proposta del ministro Maroni riguardo al prelievo delle impronte digitali ai bambini rom.
Leggo anche dell’indignazione di Famiglia Cristiana, che la definisce “una proposta indecente“, dei “volenterosi carnefici di Maroni” di Wittgenstein, dell’opposizione dell’Unione Europea.

Mi ha fatto ricordare di un sabato mattina di qualche anno fa, quando la Romania non era ancora entrata nell’UE ed io ero ancora una bambina o poco più. Ogni anno l’appuntamento in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, la fila infinita, il rumore di almeno cinque lingue diverse, le foto e le pile di documenti. Ogni anno. Fino a quell’anno, quando mi dissero che dovevo passare dalla signora a lasciare le impronte, era la legge.
Non chiesi altro, in fondo protestare non sarebbe servito a nulla. Ho semplicemente guardato la signora addetta al prelievo impronte mentre mi schiacciava le dita sul tampone di inchiostro e poi sulla carta.
Era la legge. Tutti gli stranieri extracomunitari che richiedevano una carta di soggiorno avevano l’obbligo di lasciare le proprie impronte.
Non si trattava di un provvedimento razzista, naturalmente, né c’erano ancora tutte le polemiche riguardanti i bambini rom e la proposta di prelevarne le impronte. Ora si difendono quegli stessi bambini rom clandestini che sputano sulle macchine se il conducente fermo al semaforo si rifiuta di dar loro del denaro.
Ed intanto gli extracomunitari residenti legalmente in Italia continuano a fornire i loro dati personali, le loro impronte, aprono la porta di casa per i controlli sull’abitabilità…
Sono gli stessi che lavorano, gli stessi che si chiedono come mai grazie alle sanatorie i clandestini entrati nel paese negli ultimi mesi ormai abbiano tutti i documenti in regola e loro, che da anni fanno avanti e indietro in questura, ancora non li hanno.
Ebbene anche a me sono state prelevate le impronte digitali, nonostante non fossi nè rom nè clandestina. Ma non fa niente. Nessuno ne ha parlato, nessuno ha fatto tanto scandalo per quella legge.

Ricordo che i miei compagni, quando rientrai a scuola dopo quella mattinata passata in questura, trovarono molto divertente il fatto che io avessi ancora tracce di inchiostro sulle mani.

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[/post maturità]

Giugno 28, 2008

Qui finiscono i post sulla maturità 2008. Gli scritti sono finiti, per alcuni sono finiti pure gli orali.

Cerco di immaginare, visualizzare e provare quella sensazione di completa liberazione, la consapevolezza di non dover mai più metter piede in un edificio in cui ho praticamente passato gli ultimi cinque anni. Dovendo tirar le somme, son stati cinque anni fruttuosi, da innumerevoli punti di vista.
Sarebbe sciocco lamentarsi: se lo facessi dovrei poi lamentarmi dell’università e quindi del lavoro, per essere coerente.

Ma ora è tecnicamente finita. I miei orali saranno la prossima settimana.
Smetto di tediar tutti, intanto, con i post sulla maturità. Hanno stancato persino me.
Spero solo che sian tornati utili e/o divertenti per qualcuno.

E riprendo a scrivere argomenti di vari ed eventuali.
Era ora.